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BANGKOK – “I militari stanno scherzando con la generazione sbagliata”. E’ raccolta in uno slogan la sfida che sta trasformando il Myanmar nella piazza virtuale e fisica del nuovo fronte giovanile tecnologicamente avanzato contro despoti e dittatori. E’ lo stesso movimento, chiamato qui CDM o della disobbedienza civile, che ha già fatto sentire la sua voce prima a Hong Kong, poi in Thailandia e ora – pentendosi di essere arrivato in ritardo – tra le strade di Yangon e un po’ ovunque nel Paese dove il primo febbraio i militari hanno messo in atto un golpe.

Ieri in particolare il centro della vecchia capitale è stato letteralmente invaso da decine di migliaia di manifestanti che hanno adottato una nuova tecnica consigliata attraverso i social network per tenere lontani carri armati e veicoli dell’esercito: hanno lasciato le auto di traverso in mezzo alla strada coi cofani spalancati fingendo di avere avuto un guasto. Anche in Birmania si fa chiamare Generazione Z, eredi dei Millennial cresciuti nella cultura di Internet, una tecnologia che – nonostante i tentativi di boicottaggio e chiusura – continua a offrire scappatoie alla censura. Molti hanno meno di 21 anni, come i 5 milioni di nuovi elettori che a novembre hanno contribuito a determinare il succcesso della Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi, oggi agli arresti.

Non è un caso che a unirli sia anche la musica, come avvenne con i canti rivoluzionari delle rivolte studentesche dell’88, assieme a una forte dose di satira che evoca il celebre teatro di strada, con il quale per anni in Myanmar si è sbeffeggiato di nascosto un regime sanguinario e crudele.

Dopo i rulli di tamburo e il clang clang delle casseruole battute dalle finestre delle case all’inizio del coprifuoco delle 8 di sera, coreografi e musicisti formano orchestre come la “Generation Z MM”, composta da violini, violoncelli, tromboni, e un’antica arpa birmana: gli strumenti vengono portati in piazza a Yangon per suonare la nuova canzone di protesta chiamata “Revolution”. “Con la carne e il sangue dei nostri giovani dice il ritornello – sconfiggeremo la dittatura militare”. “Ha per noi un effetto catartico”, ha detto la cantante Pan. Un’arma contro l’angoscia del clima oppressivo che si respira nel Paese, come lo fu trent’anni fa “Kabar Ma Kyay Bu”, “Non dimenticheremo fino alla fine del mondo”, un brano riadattato da rapper e breakdancer che si esibiscono circondati dall’entusiasmo dei nuovi ribelli sulle note di un classico dei Kansas del 1977 “Dust in the Wind”. “Polvere nel vento, sono solo polvere nel vento” ripetono in coro agitando a ritmo le braccia e le luci dei telefonini.

I flash mob spaziano tra i generi della cultura pop popolari su Youtoube, da “They Don’t Care About Us” (loro non tengono a noi) di Michael Jackson al punk dei “Rebel Riot”, una band formata dopo la Rivoluzione di Zafferano del 2007 con stemmi, tatuaggi e video di proteste di massa che ripetono: “Sei pronto? Combatti per i tuoi diritti, combatti per la tua vita”.

Infine la satira frammista alla rabbia, che per descrivere il fastidio provato nei confronti dei generali si esprime con cartelli sarcastici: “Min Aung Hlaing (il generale golpista) è “peggio del mio ex”, ha scritto una ragazza. “Lo detesto come il mio ciclo mestruale” le fa eco un’altra scritta. E per un momento i ribelli, anche se amaramente, sorridono.

Fonte: Repubblica

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