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BANGKOK – Come tante spine nel fianco dei generali, i gruppi armati etnici schierati con i ribelli birmani anti-golpe continuano ad attaccare avamposti militari. Succede sempre più di frequente nelle regioni tradizionalmente contese dell’Unione del Myanmar, dove orgogli e vecchi rancori riaffiorano oggi nell’occasione storica di questo turbolento periodo di rivolta, ogni giorno che passa sempre più simile a una guerra civile che a una protesta. 

Ad attaccare oggi alle 5 del mattino nello stato Karen sono stati i militanti della Karen National Union (KNU), uno dei partiti etnici con un’ala militare che controllano – specialmente lungo le frontiere – circa un terzo del territorio nazionale. Il commando della Brigata 5 dell'”Esercito di liberazione” ha sequestrato e raso al suolo un avamposto dei tadmadaw, l’esercito della maggioranza birmana o Bamar, e ucciso un numero imprecisato di soldati. E’ accaduto proprio a ridosso del confine con la Thailandia del nord-ovest, in una località boscosa chiamata Thaw Le Hta, dirimpetto alla meta turistica di Mae Hong Song. Gli abitanti del lato thai hanno testimoniato dei numerosi colpi di fucile e artiglieria sparati al di là del fiume Salween che separa i due paesi. 

Una donna del distretto di Mae Sam Laep ha detto di aver visto “cinque o sei soldati birmani correre verso il fiume inseguiti dai guerriglieri Knu che gli sparavano contro, ma era molto buio”. Sono circolati anche video postati sui social network dove si vedono gli incendi dove prima c’era la caserma su una collinetta.

La notizia giunge all’indomani del meeting tra i leader Asean delle nove nazioni del sud-est asiatico che hanno chiesto al governo golpista del Myanmar – decimo membro – la fine delle violenze in tutto il paese. Tra gli altri il presidente indonesiano Joko Widodo ha definito la situazione “inaccettabile”, come hanno fatto altri, anche se il risultato concreto dell’incontro al quale ha partecipato il capo dei golpisti Min Aung Hlaing è stata una laconica risposta ufficiale della giunta militare. “Prenderemo positivamente in considerazione i suggerimenti proposti dall’Asean – recita un comunicato – … se questi serviranno agli interessi del Paese”. Nella lista concordata delle cinque richieste – tra le quali la possibilita di offrire aiuto umanitario alle popolazioni e la visita mediatrice di una delegazione dell’organismo panasiatico – ne è saltata però una, il rilascio dei prigionieri politici tra i quali fa ovviamente spicco Aung San Suu Kyi.   

Ma negli stati etnici -come ha dimostrato l’assalto ai confini thailandesi – i tentativi delle diplomazie lasciano il tempo che trovano. Nel nord dello stesso stato Karen, poche settimane fa, l’aviazione birmana aveva bombardato diversi villaggi in risposta alla decisione della Knu e dei suoi gruppi armati di unirsi militarmente al movimento pacifico per la disobbedienza civile con un attacco simbolico a una caserma dell’esercito. L’impresa di oggi è stata una ulteriore conferma che la ribellione armata associata a quella politica delle città continuerà a lungo, nonostante le pesanti conseguenze sulle popolazioni civili, costrette a fuggire ai bombardamenti in campi di fortuna. 

La Knu gestisce anche un’area “liberata” – ovvero sottratta alle forze armate birmane – dove nelle ultime settimane si sono rifugiati migliaia di giovani ribelli delle città, in gran parte determinati ad apprendere le tecniche di guerriglia da chi se ne intende. Ormai non è più un mistero che è in atto una corsa, specialmente dei giovani, verso le località dove i gruppi etnici si addestrano spesso fin dall’inizio dell’Unione 70 anni fa. Sono forze nuove utili alla guerriglia e determinate a combattere, stavolta tutti insieme contro i generali di Naypyidaw, a prescindere da etnia e religione.  

L’ala della Knu in azione sul confine – l’Esercito chiamato di Liberazione – rappresenta la parte esasperata di un antico popolo animista convertito in passato massicciamente al cristianesimo. I Karen furono preziosi alleati degli inglesi con i quali combatterono contro gli odiati birmani usurpatori del loro territorio, prima di essere lasciati al proprio difficile destino con l’abbandono delle colonie orientali e la conseguente sottomissione dei Karen alla nuova Unione formata e guidata dai Bamar. 

Dopo i recenti attacchi aerei in ritorsione a un assalto dei loro guerriglieri, più di 2000 sfollati Karen hanno – come tante volte in passato – cercato rifugio in Thailandia e altri 24mila civili hanno vagato nei boschi in altre zone dello stato, affamati e assetati in cerca di riparo. Più di duemila Kachin sono tra gli sfollati per gli scontri avvenuti attorno alla città di Moemauk nel distretto di Bhamo, dove decine di villaggi e piccole città hanno subito bombardamenti giorno e notte fin dal 15 di aprile. In 1700 hanno trovato rifugio nelle chiese battiste, cattoliche e buddhiste ma mancano alimenti di base, difficili da far giungere in zone dove continuano pesanti scontri e gli aninali che sfamavano i contadini come mucche e bufali saltano spesso in aria sulle mine anti-uomo piazzate dall’esercito.

In tutto le Nazioni unite stimano che siano circa 40000 gli uomini, donne e bambini costretti a lasciare le proprie case durante questa prima escalation della guerra civile. La maggior parte di loro proviene dallo stato di Kayin.

Se non avverrà un improbabile miracolo dopo il vertice Asean di invito al dialogo tra le parti, si aggiungeranno molti altri profughi visto il ritmo e la diffusione dei gesti di guerriglia anche urbana in giro per l’Unione. Tre giorni fa nello Stato Chin i civili infuriati hanno usato le armi per controbattere gli attacchi dei soldati dopo una dimostrazione anti-golpe a Mindat. Numerosi militari sono rimasti feriti. 

Quasi contemporaneamente lungo il confine indiano decine di soldati del Consiglio di amministrazione statale, nuovo nome del regime, sono morti nella città di Tamu, a nord-ovest del Paese. Li hanno uccisi i manifestanti della disobbedienza civile che hanno abbandonato la via pacifica, fiancheggiati dal gruppo etnico armato del Kuki National Army (Kna).

La speranza che i gruppi etnici – un tempo negletti dalla stessa Lega nazionale per la democrazia di Suu Kyi – possano diventare lo strumento vincente contro il compatto esercito birmano, e’ legata alle scelte di schieramento che prenderanno alcuni tra i piu’ efficienti e organizzati eserciti indipendentisti. L’Arakan Army a nord, il Ta-ang National Liberation Army  e il Kokang Army nello stato Shan, hanno rilasciato ieri una dichiarazione congiunta con la quale chiedono al potente esercito “privato” degli Wa (UWSA) di guidare gli altri gruppi armati per salvaguardare in questi inquietanti frangenti l’interesse comune dei popoli etnici. 
Di etnia cinese, gli Wa possiedono il piu’ efficiente arsenale bellico del paese e un territorio autonomo dove nemmeno l’esercito birmano si azzarda ad entrare. Ma non è chiaro se, e su quale fronte si schiereranno, un’ambiguità condivisa dai tre gruppi che chiedono agli Wa di prenderli sotto la loro guida. L’impasse crea incertezza nel resto delle etnie ribelli che hanno invece gia’ scelto di allinearsi al movimento rivoluzionario, anche se I combattimenti nelle regioni delle minoranze continueranno prevedibilmente ancora a lungo. 

Fonte: Repubblica

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