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BANGKOK. I segnali drammatici di una possibile guerra civile nel Myanmar si stanno intensificando ogni ora che passa. Nella seconda domenica di sangue che ha visto almeno altre 38 vittime con una stima probabilmente al ribasso, è stata la periferia industriale dell’ex capitale Yangon a registrare il maggior numero di vittime, 22 secondo alcune fonti.

Il sabotaggio delle fabbriche cinesi

 
La repressione particolarmente violenta è stata la probabile conseguenza di un significativo e volutamente provocatorio gesto di sabotaggio contro alcune aziende cinesi di abiti di moda e scarpe date alle fiamme nel quartiere di Hlaing Tharyar, dove vivono migranti sfruttati. A incendiare diversi depositi sono stati gruppi di persone non identificate, ma considerate dal regime un’ala di ribelli-sabotatori del movimento di disobbedienza civile o CDM, fino a ieri tendenzialmente pacifico. 
L’ambasciata cinese sembra credere a questa tesi e ha aggiunto notizie di suoi cittadini rimasti feriti e sequestrati dagli incendiari. In una dichiarazione accolta con indignazione dal popolo della disobbedienza, ha “esortato” il Myanmar “a prendere ulteriori misure efficaci per fermare tutti gli atti di violenza, punire gli autori in conformità con la legge e garantire la sicurezza della vita e della proprietà delle aziende e del personale cinesi in Myanmar”.  I media comunisti hanno anche precisato che i sospetti sabotatori “trasportavano barre di ferro, asce e benzina, e hanno sfondato le porte ferendo il personale di sicurezza, appiccando fuochi agli ingressi delle fabbriche e nei magazzini”.

La richiesta di Pechino

L’invito esplicito ai militari a difendere gli interessi cinesi costi quel che costi è stato visto dai ribelli come la ulteriore prova del sostegno di Pechino ai generali, dopo i sospetti di forniture tecnologiche cinesi per controllare Internet in Myanmar. La Cina si è anche astenuta dal richiedere sanzioni Onu contro i golpisti, anche se ha firmato nel Consiglio di sicurezza un documento di condanna delle violenze. Ma l’invito ai militari contenuto in quel testo, ovvero “esercitare la massima moderazione” nell’uso della forza, è stato letteralmente ribaltato prima e – soprattutto – dopo l’incidente delle fabbriche di proprietà di un partner commerciale come Pechino, tornato ad agire nel paese in regime di semi-monopolio. 

In una successiva dichiarazione, l’ambasciata cinese di Yangon ha invitato i manifestanti a esprimere legalmente le loro richieste e a “non minare i legami bilaterali con la Cina”. Ma è proprio quello che la Generazione Z e i suoi sostenitori più adulti stanno cercando di fare: costringere Pechino a togliere il suo influente sostegno ai generali golpisti.  

E’ un compito difficile visto che l’esercito birmano ha spedito per rappresaglia centinaia di soldati in assetto da guerra contro il quartiere operaio dove si sono verificati gli incendi delle aziende cinesi. E’ stato un segnale inequivocabile che la giunta militare farà di tutto per difendere, come richiesto, gli interessi del potente alleato comunista. In diversi punti di Hlaing Tharyar le truppe hanno sparato ad altezza d’uomo e dichiarato la legge marziale, estesa anche ad altri sei quartieri di Yangon. Nella ex capitale il totale provvisorio è di 30 vittime, cadute a Shwe Pyitha, Thingangyun, Nord Sud Dagon, Nord Okkalapa e Dagon Seikkan, spesso per mano degli ormai ubiqui cecchini che sparano al bersaglio mortale. Ma per la seconda volta ieri è stato ucciso anche un poliziotto. E’ successo a Bago, segno che singoli individui o frange del movimento stanno entrando in una fase più dura del tragico gioco di guerra nelle strade e dentro le case visitate dai poliziotti per portare via i ribelli giorno e notte.

 
“La legge marziale significa che la follia omicida dei militari fascisti sta per allargarsi. Vi prego salvate il nostro popolo”, ha postato uno dei tanti netizen del movimento che scrive sui social in lingua inglese. “La gente del Myanmar non odia i cinesi – ha detto in un tweet l’attivista Thinzar Shunlei Yi – siamo stati buoni vicini, ma il Partito comunista deve capire che la dichiarazione contro il movimento pacifico è un oltraggio a tutto il popolo birmano”.

L’ingresso in scena dei gruppi etnici armati

A rendere queste giornate particolarmente importanti sul futuro della rivolta è l’enorme escalation in poche ore di un conflitto che potrebbe vedere presto, se non è già successo segretamente, l’ingresso in scena dei gruppi etnici che compongono l’EAO, l’organizzazione armata di gruppi delle minoranze linguistiche e culturali dell’Unione. Tradizionalmente in guerra con le truppe birmane che invadono i loro territori e risorse, molte di queste formazioni firmarono in passato vari trattati di pace che migliorarono di ben poco i diritti degli indigeni. 

Nei giorni scorsi due di questi gruppi hanno detto di volersi schierare per dare aiuto e sostegno al movimento dei birmani disobbedienti. In nome del nemico comune guerriglieri Karen e Kachin sono disposti a superare ogni diffidenza e lottare con il popolo di Aung San Suu Kyi, anche se in passato lei stessa ha difeso i militari contro di loro.  

“Ma la democrazia non è Aung San Su Kyi”

“Quando Lady Suu Kyi vinse le elezioni nel 2015 – ci dice Wakushee Tenner, direttrice del Karen peace support network ed ex rifugiata – molti etnici pensarono che si sarebbero trovati sullo stesso fronte, uniti contro i militari. Ma dopo che il suo Lnd scese a patti con l’esercito si sono sentiti abbandonati, e nonostante tutto ora potrebbero sostenere le proteste per la sua liberazione e la fine della dittatura. Vede, noi etnici abbiamo combattuto duramente e a lungo i generali, ben prima dei birmani oggi, e nessuno di noi ha mai potuto accettare la loro arroganza e cieca violenza. A maggior ragione possiamo combattere  con un movimento così determinato per riportare la democrazia. La speranza è però che questa idea di democrazia non torni a essere sinonimo di Aung San Suu Kyi, com’è stato finora, ma vero federalismo”.  

In attesa di verificare l’impatto che avrà l’eventuale intervento nella protesta pacifica di truppe etniche addestrate all’uso delle armi, il quadro umanitario è disastroso e gli ospedali già carenti non ce la fanno a curare le centinaia di feriti in gran parte da arma da fuoco. Nel tragico frastornamento di città in stato di guerra come Yangon e la stessa Mandalay, dove i militanti continuano a morire ogni giorno, tutti si domandano quante altre vite dovranno essere sacrificate prima che il mondo adotti la risoluzione celebre come R2P, o Responsabilità di proteggere firmata nel 2005 dal World Summit delle Nazioni Unite. 
I paesi aderenti possono intervenire in situazioni di crisi acuta, al fine di prevenire, mitigare o comunque rispondere a diffuse violazioni dei diritti umani. La convenzione R2P approva l’intervento esterno in quattro casi: minaccia o atti di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e pulizia etnica. Ovvero molti dei reati commessi in questo mese e mezzo dai militari guidati dal comandante generale Min Aung Hlaing.

Secondo i calcoli dell’Associazione dei prigionieri politici, con l’ultima domenica di sangue per difendere il suo regime, il dittatore ha ucciso 126 persone, quasi tutti giovani. Quasi tutti colpiti alla testa o al cuore con fucili di precisione.

Fonte: Repubblica

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