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180300180 53790e16 efc7 4714 b398 2df972abe66e - Nagorno Karabakh, il grido della scrittrice Antonia Arslan: "La mia Armenia ha bisogno di voi, ma l'Europa tace"

 Ricorda quello che i giornali tedeschi scrivevano alla fine dell’Ottocento, Antonia Arslan, gliel’hanno raccontato i sopravvissuti della sua famiglia, l’ha studiato. “Scrivevano che gli armeni erano gli ebrei del Medio Oriente”, ci dice quando la incontriamo nella sala Nassiriya del Senato. È passato più un secolo dal genocidio del suo popolo per mano dei giovani turchi ma la guerra tra azeri e armeni nel Nagorno Karabakh riaccende nella scrittrice un’ “ansia” ancestrale.

Nel 2004, quando aveva 66 anni, Arslan decise di condividere la memoria che suo nonno le aveva consegnato in un libro sul genocidio armeno, La Masseria delle allodole, che è poi diventato un film dei fratelli Taviani. Alle otto italiane di oggi sarebbe dovuta partire la tregua annunciata dall’amministrazione americana, ma nel Nagorno si combatte ancora e i due fronti si accusano a vicenda di averla violata.

Qual è la strada per la pace?
“La diplomazia, anche dura. Visualizzo questo piccolo popolo arrampicato sulle montagne, che voleva solo vivere tranquillo, e poi questo attacco terribile che si è scatenato sulla capitale del Nagorno colpendo l’unica frazione degli armeni che non aveva subito il genocidio. Parliamo di un piccolo gruppo di montanari cristiani che vivono da sempre nel Caucaso, la terra delle mille nazionalità diverse. Temo per quello che può succedere. Nel 2006 l’Arzebajian distrusse i cimiteri armeni nel Nakhichevan con i carri armati, lì della presenza armena non c’è più traccia. Cancellata anche la loro memoria. I 150mila armeni del Nagorno non voglio subire la stessa sorte. E il silenzio delle istituzioni italiane e dell’Europa mi lascia molto perplessa”. 

Gli azeri sono finanziati e sostenuti dalla Turchia di Erdogan, con cui l’Europa ha rapporti tesi in questa fase ma anche molti interessi condivisi. 
“Erdogan apre continui fronti di guerra, in Siria, con la Grecia, ora nel Nagorno, è pericoloso ed è sottovalutato. Non chiedo a nessuno di “morire per Danzica”, ma la diplomazia è anche saper usare il muso duro quando serve. E invece l’Europa tace in un silenzio assordante”. 

Cosa muove l’ambizione turca? 
“Lo chiamano noeottomanesimo ed è vero. Il sogno di Erdogan è diventare il grande Califfo, conquistare la parte sud dell’Armenia, che fu data da Stalin all’Azerbaijan, prendersi quel pezzetto e collegare via terra la Turchia con le Repubbliche musulmane ex sovietiche dell’Asia centrale per esercitare influenza anche su quei territori”.

Il bombardamento della chiesa di Stepanakert, la capitale del Nagorno, è stato uno dei momenti più cruenti del conflitto finora. Perché un luogo di preghiera?
“Ci sono stata tre volte in quella chiesa, è su un’altura circondata dal verde, non c’è niente di militare intorno, volevano colpirla come simbolo. Il messaggio è che vogliono fare di questo conflitto anche una guerra di religione perché è quello che trascina le masse”.

Denuncia il silenzio dell’Europa e del nostro governo, ma l’Italia ha bisogno di Erdogan in Libia.
“Se Erdogan pensa di non avere bisogno dell’Italia non vedo perché dovrebbe aiutarci in Libia. Macron in Europa è l’unico che si fa sentire, anche perché la Francia ha una forte minoranza armena al suo interno, 500mila persone ben inserite, hanno avuto dei ministri, sindaci di grandi città. L’Europa segue la Germania e se la Germania non si muove non accade nulla”. 

La Turchia è schierata con gli azeri, ma cosa si aspettano gli armeni dai russi? 
“La Russia sta tenendo un atteggiamento ambiguo, ma non difendere il suo alleato storico significherebbe perdere la faccia in Asia centrale”.

Fonte: Repubblica

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