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PECHINO – Restare, con il rischio di essere incriminati per le proprie idee? Oppure andarsene, continuando la propria battaglia in esilio? La nuova, draconiana, legge per la sicurezza nazionale promulgata da Pechino per Hong Kong sta mettendo gli attivisti pro democrazia della città, soprattutto quelli con posizioni “localiste”, di fronte a un tragico dilemma. Il primo ad aver deciso di andarsene, scelta annunciata ieri via social network, è uno dei volti più noti dell’opposizione, il 26enne Nathan Law.

Già leader degli studenti durante la rivolta degli ombrelli, poi fondatore insieme a Joshua Wong del movimento per l’autodeterminazione di Hong Kong Demosisto, Law ha detto “arrivederci” alla sua città, spiegando che continuerà il suo attivismo all’estero. Mercoledì aveva testimoniato davanti al Congresso americano ribadendo lo slogan “libertà per Hong Kong”, parole che oggi il governo della città ha confermato essere perseguibili secondo la nuova legge come un invito alla secessione. Law non ha reso nota la sua destinazione, dallo scorso anno stava frequentando un dottorato di ricerca negli Stati Uniti.

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Per chi avesse dei dubbi sulla durezza con cui i (vaghi) termini della norma saranno interpretati, in queste ore le autorità di Hong Kong stanno mandato un chiaro messaggio: con estrema durezza. Mercoledì primo luglio, durante la prima manifestazione di protesta dopo l’entrata in vigore, alcune persone sono state arrestate semplicemente perché in possesso di bandiere o volantini che inneggiavano all’indipendenza della città, nonostante le leggi di Hong Kong garantiscano la libertà di espressione.

Oggi il 23enne Tong Ying-kit, è stato la prima persona ufficialmente incriminata per violazione della nuova legge. Avrebbe guidato la sua moto verso un gruppo di agenti sventolando una bandiera con scritto “liberare Hong Kong”, le accuse nei suoi confronti sono “incitamento alla secessione e terrorismo”, le pene previste vanno fino all’ergastolo. La corte era presieduta da uno dei primi magistrati scelti dalla governatrice Carrie Lam per giudicare i casi sulla sicurezza nazionale, a testimonianza che la macchina giuridica parallela creata dalla legge, secondo molti un colpo allo stato di diritto di Hong Kong, è già in funzione. Oggi Pechino ha anche nominato i funzionari che guideranno i nuovi organi del governo centrale in città, il capo dell’agenzia per la sicurezza nazionale e il consigliere del governo locale.

La grande incognita riguarda ora gli altri cittadini di Hong Kong in prima linea nelle proteste degli scorsi mesi, i manifestanti sulle barricate o gli attivisti per la democrazia, specie considerato che le pene previste dalla legge arrivano fino all’ergastolo. Joshua Wong, 23enne volto simbolo del movimento, ha dichiarato di essere il “principale bersaglio” della norma e alcuni media cinesi oggi riportano un’indiscrezione, al momento non confermata, secondo cui avrebbe lasciato insieme alla famiglia la sua casa di Hong Kong. Essendo sotto indagine per aver organizzato una assemblea illegale, nei mesi scorsi gli era stato impedito di lasciare la città. Anche Wong ha testimoniato di fronte al Congresso Usa e i media cinesi l’hanno più volte definito “colluso” con le forze straniere.

Diversi governi, dal Regno Unito, a Taiwan, all’Australia, hanno espresso a vario titolo la disponibilità a offrire protezione agli esuli di Hong Kong. Giovedì Simon Cheng, ex dipendente del consolato inglese in città, detenuto per due settimane in Cina lo scorso anno con l’accusa di sfruttamento della prostituzione, e a suo dire torturato, ha annunciato di aver ottenuto asilo nel Regno Unito, suggerendo che i rifugiati di Hong Kong potrebbe creare un governo in esilio. Londra si è impegnata a garantire un permesso di residenza e un iter verso la cittadinanza a 3 milioni di cittadini della sua ex colonia che posseggono, o che hanno i requisiti per possedere un passaporto britannico d’oltremare.

Fonte: Repubblica

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