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Neanche nella sua seconda vita da latitante aveva rinunciato ai lussi. Spiaggia al mattino, in locali e ristoranti la sera, Rocco Morabito –  fino al suo arresto ieri sera il secondo latitante più ricercato d’Italia dopo Matteo Messina Denaro –  anche in Brasile non faceva nulla per passare inosservato. Ed ovviamente era tornato pienamente operativo nel grande mondo del narcotraffico, in cui “è un riferimento internazionale”. Parola del procuratore capo della Dna, Federico Cafiero de Raho, che soddisfatto afferma “questa è una giornata importante per l’Italia e quanti hanno con noi contribuito a questo risultato con il sostegno importantissimo dell’Fbi, della Dea, di tutti gli organismi che hanno collaborato per arrivare a questo importantissimo risultato”.  

Perché della fabbrica a ciclo continuo della coca, Morabito – per sangue legato ad antichi e potenti casati di ‘Ndrangheta e noto fra i suoi come “U Tamunga”, soprannome che deve al fuoristrada con cui scorrazzava per le strade della Locride –  era ingranaggio importante, forse fondamentale. Dimenticati in fretta gli anni del carcere in Uruguay, si era rimesso al lavoro. Forse pensava che lì, nel nord del Brasile, qualcuno lo avrebbe sempre coperto e protetto, oppure che investigatori e inquirenti avessero rinunciato a dargli la caccia dopo la sua spettacolare evasione dal carcere di Montevideo.  

Per questo, quando gli uomini del Ros dei carabinieri con il supporto della Polizia federale brasiliana gli sono entrati in casa – un appartamento in un residence di Joao Pessoa nel nord del Brasile – Morabito sembrava quasi non crederci. “Sembrava quasi stupito” dice il comandante del Ros, Pasquale Angelosanto. In quel momento però, il “Tamunga” non era solo.  

Con lui c’era un altro giovane narcobroker, Vincenzo Pasquino, insieme alla moglie, da cui di recente pare abbia avuto anche un figlio. È a lei, che un tempo gli contestava gli affari pericolosi con boss, affiliati e broker, che gli investigatori lo sentono rispondere convinto: “Sono persone che mi hanno cresciuto, io un padre non l’ho mai avuto. Ero un capraro e mi hanno insegnato a leggere e scrivere. Quando puzzavo (morivo ndr) di fame non c’eri tu a portarmi 5 euro per campare e comprarmi le sigarette”. Parole che sono chiave di lettura – ricorda la procuratrice capo di Torino, Anna Maria Loreto – di un cordone ombelicale che mai si spezza con la locale di provenienza e con la casa madre, giù in Calabria. Una regola aurea, valida anche per un trentenne nato e cresciuto a Torino, ma che ha sempre “respirato” aria di clan.  

Nato apprendista alla corte di un altro narcobroker della ‘Ndrangheta, Nicola Assisi, quando nel luglio 2019 il suo mentore è stato arrestato in Brasile insieme al figlio, per gli inquirenti ne ha preso il posto. Del resto, nonostante fossero da tempo latitanti, con loro, Pasquino era ancora in contatto. Lo avevano intuito gli investigatori e lo ha confermato quel passaporto con la sua foto trovato fra decine di documenti falsi nel covo dei due narcobroker. Giovane rispetto a Morabito, ma già con un ruolo di testa di ponte fra Italia, Spagna e clan colombiani, negli ultimi mesi Pasquino è sembrato vacillare. “Ho sbagliato tutto e ammetto di avere venduto in molte occasioni fumo. Non voglio sottrarmi alle mie responsabilità e al mio arresto, ma dove sono ho paura delle galere. Tanta gente qui sta morendo” scriveva qualche mese fa in una lettera che il suo difensore ha depositato in aula a Torino.  

Una missiva strana, secondo indiscrezioni affrancata in Italia e a cui fonti investigative darebbero assai poco peso e credito, dopo la quale Pasquino è tornato ad inabissarsi. Di certo non è servita a distogliere sforzi e attenzioni che il comando dei carabinieri di Torino e il Nucleo Investigativo dedicavano da tempo alla sua ricerca e cattura, battendo in primo luogo la pista brasiliana. È da lì che i “platioti” di Torino hanno sempre gestito la maggior parte dei traffici di droga ed è lì che sono stati individuati uno dopo l’altro i fratelli Assisi. Per questo solo lì, si sospettava, Pasquino avrebbe potuto continuato ad amministrare i traffici ricevuti in dote.  

Intuizione corretta, ma sui suoi affari e i suoi rapporti al momento poco o nulla filtra. Allo stesso modo, non è dato sapere cosa facesse Morabito in sua compagnia. “Di certo non era un incontro conviviale” commenta uno dei magistrati che ha seguito le indagini senza farsi cavare nulla di più. Sulla rete dei due narcobroker le indagini sono ancora in corso, così come sugli affari che stavano gestendo. La Policia Federal brasiliana si è fatta scappare un’indiscrezione su rapporti consolidati fra i broker di ‘Ndrangheta e Primeiro Comando da Capital, la “mafia” brasiliana nata nelle periferie e cresciuta nelle carceri tanto a casa come nella vicina Uruguay, che da qualche anno avrebbe fatto il salto di qualità proprio grazie ai traffici di droga. Ma in Italia nessuno conferma, così come pochi dettagli filtrano sul filone investigativo o l’eventuale errore che avrebbe portato all’individuazione dei due broker della coca. 

 “L’attività – spiega  il procuratore capo Giovanni Bombardieri, che insieme all’aggiunto Giuseppe Lombardo ha seguito la “caccia” a Morabito  – è durata 2 anni, è stata molto intensa, con momenti di stasi. Tutto si è sbloccato mercoledì scorso quando abbiamo avuto percezione di spostamenti verso il Sud America”. Una traccia che si è incrociata con quella che da tempo seguivano i carabinieri e la procura di Torino che braccavano Pasquino.  “Abbiamo avuto indizi – dice Bombardieri –  che le strade di Morabito e di Pasquino si incrociavano in Brasile”. E la macchina di collaborazione investigativa internazionale si è sbloccata subito. Il blitz è stato preparato in fretta.  

Una volta individuati, i due sono stati seguiti nel corso della loro lunga passeggiata pomeridiana fra le strade della capitale. Poi, appena arrivati a casa, l’operazione di arresto è scattata subito. Nessuno ha provato a reagire o a negare la propria identità, entrambi senza troppe proteste si sono fatti ammanettare e portare via. “All’interno dell’abitazione è stata rinvenuta documentazione che pare di interesse, schede telefoniche e telefonini e documenti che saranno analizzati nelle prossime ore” dice Bombardieri.  

In serata, i due narcobroker saranno trasferiti a Brasilia, per il fermo formale e l’avvio delle pratiche di estradizione. Ad attendere Pasquino, c’è il processo Cerbero, il primo a vederlo imputato per narcotraffico. Morabito invece ha una lunga carriera e una collezione di condanne alle spalle: una a 30 anni rimediata in Sicilia, una a 22 a Milano, un’altra a 10 a Reggio Calabria. La corsa dell’inafferrabile Tamunga dopo un’ultraventennale latitanza, un’evasione e una nuova fuga, sembra adesso giunta al termine. 

Fonte: Repubblica

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