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PECHINO – Hanno tra i 16 e 21 anni i quattro attivisti arrestati mercoledì dell’unità speciale della polizia di Hong Kong dedicata all’applicazione della nuova legge sulla sicurezza nazionale. L’accusa nei loro confronti è di incitamento alla secessione.

I giovani sono figure chiave del gruppo pro-indipendenza Studentlocalism, che era stato sciolto poche ore prima dell’entrata in vigore della norma, tra cui il fondatore Tony Chung.

Dopo l’annuncio dello scioglimento, il 30 giugno, l’organizzazione ha spiegato che le attività sarebbero state portate avanti dagli attivisti all’estero, proseguendo la battaglia per l’indipendenza “con ogni mezzo”. Ed è sulla base di questi proclami, ha dichiarato un funzionario della polizia, che Chung e gli altri sono stati arrestati.

Finora i fermi legati alla nuova legge erano avvenuti durante manifestazioni non autorizzate, questi sono i primi che la polizia esegue non in un contesto di protesta e hanno fatto impennare il livello di allarme nel campo democratico di Hong Kong. Il timore è che la legge sulla sicurezza, tanto vaga nei termini quanto dura, venga usata per decapitare le forze di opposizione in vista delle elezioni per il Consiglio legislativo, il Parlamento locale, che dovrebbero tenersi il 6 settembre.

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I segnali che la priorità del governo locale e di Pechino sia scongiurare una (probabile) disfatta sono molti. Martedì il consiglio direttivo dell’Università di Hong Kong, controllato da figure legate al governo, ha licenziato il 56enne Benny Tai, professor di diritto, tra gli ispiratori delle iniziative pro-democrazia che nel 2014 portarono alla rivoluzione degli ombrelli ma anche della strategia con cui l’opposizione punta a conquistare a settembre il controllo del parlamento.

L’allontanamento di Tai è stato deliberato a seguito della condanna a 16 mesi comminatagli lo scorso anno in relazione alle proteste del 2014. Il consiglio direttivo dell’università ha spiegato che si tratta di una decisione indipendente, ma i funzionari di Pechino in città l’hanno salutata con un messaggio di apprezzamento, alimentando le proteste di chi teme una stretta sulle libertà accademiche.

Intanto è arrivato il verdetto del comitato elettorale sull’ammissibilità dei candidati al voto del 6 settembre: 12 candidati del campo pan-democratico sono stati squalificati, fra loro anche Joshua Wong. Già nelle passate tornate elettorali alcuni esponenti del campo pan-democratico fra cui lo stesso Wong erano stati squalificati.   

Ma ora è lo stesso svolgimento delle elezioni a essere in dubbio. La motivazione ufficiale è il nuovo focolaio di coronavirus emerso a Hong Kong, dove da oltre una settimana si registrano più di cento casi al giorno e sono state reintrodotte misure di sicurezza più stringenti. Nei giorni scorsi alcuni media locali hanno riportato indiscrezioni secondo cui il governo di Carrie Lam avrebbe intenzione di rinviare il voto, chiedendo a Pechino di prolungare di un anno l’attuale Consiglio legislativo, controllato dalle forze favorevoli al governo centrale. Il comitato permanente del parlamento cinese ha fissato una inusuale riunione l’8 di agosto, durante la quale potrebbe essere annunciata la decisione.

Le preoccupazioni sanitarie sono giustificate, considerato che il focolaio in corso a Hong Kong è il più grande mai registrato dall’inizio della pandemia. Ma è anche vero che alcuni Paesi come la Corea del Sud hanno svolto elezioni durante la crisi sanitaria. La decisione di rimandare il voto, per giunta di un anno, avrebbe un’enorme valenza politica, considerato che la prima, storica, vittoria dei democratici garantirebbe loro la possibilità di bloccare l’azione del governo. Prorogando l’attuale parlamento invece Pechino potrebbe continuare senza ostruzioni la sua campagna di “stabilizzazione”.

Fonte: Repubblica

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