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L’ULTIMA marcia di John Lewis si è conclusa lì dove tutto era iniziato: davanti all’altare della Ebenezer Baptist Church di Atlanta, la chiesa evangelica in mattoni rossi nel cuore di downtown, su quell’Auburn Street oggi parco nazionale, dove crebbe il sogno di Martin Luther King. Ci sono voluti sei giorni per portare fin qui le spoglie dell’ultima grande icona dei diritti civili, morto di tumore lo scorso 17 luglio. Il funerale di oggi, è stato però solo il culmine delle cerimonie che hanno visto la sua bara avvolta nella bandiera a stelle e strisce attraversare l’America.

Da Troy, Alabama, dove nacque nel 1940 nel Sud violento e razzista, fino ad attraversare per l’ultima volta l’Edmund Pettus Bridge – cui ora qualcuno vuol dare il suo nome – percorso nel 1965 al fianco del reverendo King durante quella marcia di Selma per rivendicare il diritto al voto dei neri. Ultima tappa è stato poi il Campidoglio di Washington, primo legislatore afroamericano a ricevere un tale onore.  
Ad accogliere in chiesa il deputato che per 33 anni rappresentò , il quinto distretto della Georgia, al Congresso (proprio quello dove sorge la chiesa), sono 80 tocchi di campana: uno per ciascun anno della sua eroica vita. Insieme a tre presidenti: George W Bush, Bill Clinton e Barack Obama. Jimmy Carter, troppo anziano per affrontare il viaggio, ha mandato un messaggio: «John ha lasciato un segno indelebile nella storia di questa nazione». Manca solo Donald Trump. Limitatosi a un laconico tweet il giorno della morte, non ha reso nessun altro onore al deputato a lungo suo fermo oppositore.  

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Mischiate alla piccola folla che segue la funzione indossando la maschera e mantenendo le distanze, c’è invece la speaker della Camera Nancy Pelosi. Insieme alla sindaca di Atlanta Keisha Lance Bottoms, una delle papabili alla vicepresidenza. «Sono giorni difficili pure per dire addio a chi amiamo. Non potevamo entrare tutti qui dentro e ho chiesto a tanti di restare a casa. Ci teniamo a distanza. Uniti dagli stessi principi» sospira il reverendo Raphael Warnock, aprendo la cerimonia bardato con paramenti sacri dagli accesi disegni africani.   

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«Credeva nella legge, nell’umanità, nell’America. Metteva l’amore al posto dell’odio e della paura. L’America in cui credeva e per cui lottava è la mia stessa America» lo evoca George W Bush, facendo ridere tutti ricordando la sua prima battaglia non violenta: «Quella per l’emancipazione delle sue galline. Quando boicottava il pranzo della domenica e organizzava per loro funerali gloriosi».

Bill Clinton subito dopo non perde invece occasione per lanciare una frecciatina neanche troppo velata a Donald Trump, che poche ore prima aveva insinuato di voler far slittare il voto di novembre. E strappa l’applauso quando ricorda come Lewis, a 20 anni appena, perse la leadership degli studenti non violenti, sconfitto da un più aggressivo attivista, Stokely Carmichael e ricominciò, più maturo di prima: «Siamo qui oggi anche perché John aveva il carattere che mostrò proprio perdendo così giovane la sua prima elezione».

Quando sul palco arriva il grande consolatore d’America, quel Barack Obama che fu capace di cantare Amazing Grace al funerale delle vittime di un suprematista bianco nella chiesa di Charleston nel 2015, tutti gli occhi si bagnano. Il suo è il discorso più lungo. Il più intimo: «John è stato il miglior discepolo di Martin Luther King. Il mentore di molti giovani, compreso me. Ho un grande debito verso di lui e la sua potente visione di libertà». Ma pure più duro.  Evidentemente anche lui pensa al tweet di Trump quando dice: «Mentre noi siamo qui quelli al potere stanno tentando di scoraggiare le persone dal votare, prendendo di mira le minoranze con leggi restrittive attaccando il diritto di voto con precisione chirurgica, minando persino il servizio postale cui sono stati tagliati i fondi pur di non farci votare. E invece il voto per posta è importante: serve a evitare che le persone si ammalino».

Non solo. «Dobbiamo continuare a marciare. Dobbiamo continuare la battaglia di John e assicurarci che ogni americano sia registrato per votare. Il giorno delle elezioni deve essere una festa nazionale. Pure  un operaio o una madre lavoratrice single, deve poter votare» dice, mentre la folla si alza in piedi e lo applaude. Parla poi delle proteste Si riferisce che da quando è stato assassinato George Floyd scuotono l’America, condannando, fra l’altro, l’uso degli agenti federali. «Forse non sono le cose che si dicono a un funerale», conclude. «Ma questo è il funerale di John Lewis. E lui sapeva quanto la democrazia sia fragile. Quanto dobbiamo sempre vigilare e non lasciare che la parte più oscura di questo Paese prenda il sopravvento». Rest in Peace, John Lewis.

Fonte: Repubblica

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