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ROMA – Bugie, depistaggi, condanne miti addirittura ribaltate in appello e un lunghissimo elenco di misteri. Sono trascorsi oltre cinque anni dalla tragica notte in cui il ventenne Marco Vannini venne ferito da un colpo di pistola a casa della fidanzata, a Ladispoli, e lasciato morire mentre quella che doveva essere la sua seconda famiglia si preoccupava soltanto di cercarsi un alibi per quel delitto che a tratti ha ancora i contorni del giallo.

Dopo l’annullamento della sentenza che liquidava tutto come un banale incidente oggi però in Corte d’Assise d’Appello, a Roma, si riparte da zero. Familiari, amici e quei tanti cittadini che continuano a lottare per la verità attendono così che sia fatta realmente giustizia.

Era la notte tra il 17 e il 18 maggio 2015 quando Marco Vannini rimase ferito da un colpo di pistola esploso in casa dei Ciontoli. Il ventenne della vicina Cerveteri, che poco prima aveva detto ai genitori che avrebbe trascorso la notte nell’abitazione della fidanzata, secondo gli inquirenti poteva essere salvato, ma sarebbe stato lasciato privo di soccorsi per due ore. Una condanna a morte.

E i Ciontoli? Avrebbero in quel tempo solo cercato di confondere le acque, rendendosi conto che rischiavano di dover rispondere dell’accusa di omicidio volontario. Telefonarono al 118 alle 23.41 del 17 maggio. “C’è un ragazzo che si è sentito male. Si è spaventato”, disse Federico Ciontoli. La prima bugia.

La madre Maria Pezzillo annullò inoltre la richiesta di soccorso affermando: “Si è ripreso, l’ambulanza non serve”. Trascorsero altri 24 minuti e, come emerge da alcuni audio, mentre il ventenne urlava dal dolore e chiedeva aiuto, direttamente Antonio Ciontoli chiamò di nuovo il 118. “Il ragazzo si è ferito con un pettine a punta, grida perché si è messo paura”, riferì.

Nessuno parlò del colpo di pistola calibro 9 partito dall’arma proprio di Antonio Ciontoli mentre Marco Vannini era in bagno. Nessuno fece neppure intuire al personale impegnato nell’emergenza sanitaria la gravità della situazione. Una ferita d’arma da fuoco venne fatta passare come un banale spavento e un’escoriazione con un pettine. A Ladispoli un’ambulanza arrivò così soltanto 110 minuti dopo il ferimento. E solo dopo tutto quel tempo nell’abitazione dei Ciontoli arrivarono anche i carabinieri.

Il sottufficiale di Marina, in quel periodo impegnato nei Servizi, continuò tra l’altro a tacere e parlò dell’arma soltanto al medico di turno in ospedale, dicendogli: “Non lo dica a nessuno, rischio di perdere il lavoro”. Quella sembra fosse l’unica preoccupazione dei Ciontoli. E Marco Vannini morì attorno alle 3 del 18 maggio mentre veniva trasportato in eliambulanza al policlinico “Gemelli” di Roma.

Convocati in caserma dai carabinieri, del resto, gli imputati continuarono a mentire, come emerge dalle conversazioni registrate con delle telecamere nascoste nel comando dell’Arma, tutti intenti a concordare la versione dei fatti da fornire agli investigatori. Martina, la fidanzata della vittima, che è poi diventata infermiera, consolò persino il padre. “È andata così eh, mo basta… era destino che morisse”, affermò con una freddezza e un distacco incredibili. La fidanzata di Federico, Viola Giorgini, anche lei presente nella villetta, disse poi al ragazzo: “T’ho parato il culo”.

omicidio vannini oggi si riparte da zero 1 - Omicidio Vannini: oggi si riparte da zero

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In primo grado Antonio Ciontoli venne condannato dal Tribunale di Civitavecchia a 14 anni di reclusione e la moglie e i due figli a tre anni. Condanne anche piuttosto miti. In appello, però, il sottufficiale ottenne addirittura la derubricazione del reato di omicidio volontario in colposo e la relativa riduzione della pena a 5 anni di reclusione, mentre per gli altri tre vennero confermate le condanne a 3 anni.

Un provvedimento fortemente contestato, attorno al quale si aprì una battaglia a livello nazionale e la sentenza, il 7 febbraio scorso, è stata annullata dalla Corte di Cassazione, accogliendo i ricorsi della Procura generale e delle parti civili e disponendo un nuovo processo davanti a un’altra sezione della Corte d’Assise d’Appello di Roma.

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Perché il sottufficiale impugnò una pistola e sparò mentre Marco Vannini era in bagno? Perché entrò in bagno mentre c’era il giovane? Perché la vicenda è stata caratterizzata da mille anomalie emerse e ampiamente dibattutte nel corso delle indagini e dei processi? Qualcuno ha cercato di proteggere il sottufficiale? Sono questi e tanti altri gli interrogativi rimasti tali. Domande a cui dovranno ora cercare di dare risposte i giudici tornando a pronunciarsi su Antonio Ciontoli, la moglie Maria Pezzillo e i figli, Martina e Federico, il primo accusato di aver volontariamente ucciso Marco Vannini e gli altri di non avergli prestato soccorso subito.Fonte: Repubblica

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