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Reggio Calabria – In pochi mesi riuscivano a muovere cocaina per 6, anche 7 milioni di euro. La piazzavano in Sicilia, in Puglia e tornavano giù in Calabria con “la macchina – dicevano intercettati – che vomita banconote”. Ma nella loro roccaforte, a San Luca, erano fantasmi.

Alla procura antimafia di Reggio Calabria sono serviti mesi per braccarli e agli agenti della Squadra Mobile e del commissariato di Siderno un’intera notte e mattinata passata a interrogare i muri, che nascondevano bunker e nascondigli, per scovarli. Alla fine però Giovanni e Giuseppe Giorgi si sono dovuti arrendere. Insieme ai fratelli dell’ex superlatitante broker della droga Rocco Mammoliti, Francesco e Domenico e altre 8 persone, questa mattina sono finiti in manette nell’ambito dell’operazione Koleos con cui la procura di Reggio Calabria ha smantellato la loro intera organizzazione.

Dinamica, ramificata, in grado di far circolare tonnellate di droga e guadagnare milioni. Neanche l’arresto del broker di famiglia, il latitante Rocco Mammoliti, rintracciato in Olanda nel 2016, li ha fermati. Espressione di storici casati della ‘Ndrangheta di San Luca, pionieri e specialisti del narcotraffico, i Mammoliti e i Giorgi hanno proseguito la tradizionale “attività di famiglia”.

Seguendo le tracce lasciate da chi per anni ha aiutato il narcobroker ad essere inafferrabile, gli investigatori hanno beccato “i sanlucoti” in un anonimo camping della Locride, intenti a trattare con emissari albanesi e colombiani. Da lì hanno iniziato a monitorarli, a infastidirli con continui sequestri, a ricostruire pezzo per pezzo l’organizzazione, in cui anche i minori avevano un ruolo. “Nell’ambito di questa indagine, qualche mese fa è stata arrestata in flagranza una coppia che faceva a pieno titolo parte dell’organizzazione. Con loro – spiega il procuratore capo Giovanni Bombardieri – c’era anche il figlio minore. Lo impiegavano per tagliare lo stupefacente”.  

Ma da generazioni i Giorgi e i Mammoliti sono “addestrati” a far arrivare e smistare tonnellate di cocaina, dribblando le indagini. Arresti e sequestri non li spaventano, così come non sembrano avere alcun effetto le condanne a decine di anni di carcere che generazioni delle stesse famiglie accumulano. “Quello che impressiona è la continuità operativa che queste persone riescono ad avere nonostante i risultati giudiziari che negli anni sono stati raccolti. La ‘Ndrangheta è davvero una struttura criminale enorme, ramificata, che funziona attraverso una serie di automatismi operativi che vanno oltre il singolo soggetto” commenta il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, che insieme ai pm Francesco Tedesco, Diego Capece Minutolo e Alessandro Moffa ha coordinato l’indagine. E poi, Giorgi e Mammoliti “sono professionisti”.

Erano coscienti di avere il fiato di inquirenti e investigatori sul collo. Per questo le loro case erano un vero e proprio labirinto di bunker. Sotto il pavimento, in una rientranza creata da una trave, in un controsoffitto. Ogni angolo dell’abitazione celava un nascondiglio buono per occultare droga, soldi, uomini. Nel corso delle operazioni di cattura, gli agenti della Squadra Mobile ne hanno trovati diversi in ogni abitazione, ma per capire dove fossero ci è voluta tutta l’esperienza e la determinazione di chi da anni si trova a lavorare su famiglie in cui, di generazione in generazione, si replicano nomi e reati, cognomi e condanne. 

Per scovare Giuseppe Giorgi ci è voluta tutta la notte e l’intera mattinata. Solo attorno a mezzogiorno, dopo aver letteralmente smontato la sua casa, l’uomo è stato individuato nell’ennesima intercapedine. Giovanni Giorgi invece era in un mini-bunker ricavato sotto il pavimento del bagno. Appena ha sentito arrivare gli investigatori ci si è precipitato dentro insieme ad un bidone di ammoniaca con cui ha cercato di distruggere hard disk e cellulari per evitare che venisse rintracciata la sua rete. I fumi però lo hanno tradito e semi-intossicato ha iniziato ad agitarsi, rivelando la propria posizione. Adesso toccherà agli informatici in divisa tentare di far parlare quel che resta di quei congegni che Giorgi tanto ci teneva a distruggere. Anche perché – specifica Lombardo – “questo è quanto al momento possiamo rendere noto”, ma l’indagine – lascia intendere – è ancora in corso.

Fonte: Repubblica

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