Condividi:

GERUSALEMME – La strada verso le elezioni palestinesi, convocate per i prossimi mesi per la prima volta dopo 15 anni, è ancora lunga e tortuosa, ma soprattutto ricca di insidie non solo per la rivalità esistente dal 2007 tra Fatah e Hamas, ma anche all’interno delle fazioni stesse. Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha espulso ieri da Fatah Nasser al Qudwa, figura di spicco della politica locale, già ministro degli Esteri e ambasciatore all’Onu, nonché nipote dell’indiscusso Rais, Yasser Arafat. Il motivo: la decisione di Qudwa di formare una lista indipendente in vista delle elezioni parlamentari, convocate per il 22 maggio (mentre quelle presidenziali per il 31 luglio), in polemica con la gestione di Abbas del processo elettorale.

C’è chi parla di “punizione esemplare”, un modo per mettere a tacere tutte quelle voci di dissenso all’interno di Fatah, che chiedono un vero rinnovamento in vista del tanto atteso appuntamento elettorale. E non sono poche, ma sanno che esprimere il dissenso può costare un caro prezzo. Il caso di Qudwa riporta alla mente quanto accaduto con Muhammad Dahlan, l’arcirivale di Abbas che nel 2011 era stato fatto fuori da Fatah e dall’Anp e da allora vive in esilio ad Abu Dhabi, da dove continua a essere una figura determinate per le sorti dei palestinesi (c’è chi sostiene vi sia un suo coinvolgimento dietro gli Accordi di Abramo, che hanno portato alla normalizzazione tra Israele ed Emirati Arabi Uniti quest’estate).

A esprimere una solida posizione di condanna contro la decisione del presidente palestinese è Suha Arafat, la vedova dello storico leader deceduto nel 2004, che in una dichiarazione rilasciata a Repubblica definisce l’espulsione di Qudwa “l’ultimo atto di abuso di potere di Mahmoud Abbas, che dimostra come abbia perso il controllo della situazione politica nella Palestina occupata. Abbas dirige l’Autorità Palestinese da 16 anni con pugno di ferro, abusi, portando a imprigionare liberi pensatori, giornalisti, artisti e politici di primo piano”.

Già quest’estate la vedova Arafat aveva destato clamore difendendo la decisione degli Emirati di avviare il dialogo con Israele: “Se sono per la normalizzazione, non significa che siano contro di noi, ma solo che fanno il proprio interesse”, aveva dichiarato in un’intervista a Repubblica. Dopo quelle dichiarazioni Arafat sostiene di essere stata oggetto di una campagna d’odio e di minacce che nell’autunno hanno portato anche al licenziamento del fratello Gabi Taweel dalla posizione di Ambasciatore palestinese a Cipro. “La vendetta personale di Abbas contro la famiglia Qudwa-Arafat è ora più evidente che mai”, continua Arafat. “Oggi alzo una bandiera rossa e chiedo al popolo palestinese e alla comunità internazionale di rendere Abbas responsabile di tutte le azioni illegali che ha commesso contro il popolo palestinese in generale e la mia famiglia in particolare”.

Negli ultimi mesi Arafat si è espressa duramente contro la leadership palestinese, rilasciando anche alcune insolite interviste alla stampa israeliana e chiedendo ad Abu Mazen di dimettersi in vista delle nuove elezioni. “Non è possibile che i giovani palestinesi abbiano successo nel resto del mondo e solo nei Territori continuino a essere oppressi” aveva dichiarato a gennaio al giornalista israeliano Baruch Yedid.

Dure critiche alla scelta di espellere Qudwa arrivano anche da chi potrebbe ora diventare un nuovo alleato, ossia la “Corrente democratico-riformista di Fatah”, come si auto-definiscono i seguaci di Dahlan che da anni gestiscono una rete molto attiva nei Territori, che secondo i sondaggi potrebbe ambire a un 10% dei seggi. Dimitri Diliani, il portavoce della fazione a Gerusalemme e uno degli uomini più vicini a Dahlan, a colloquio con Repubblica dice che “Abbas sta trasformando le istituzioni palestinesi in un ‘one man show’. Esistono delle procedure, non ha nessuna autorità per espellere membri del Comitato Centrale di Fatah”. Secondo Diliani, la logica di reprimere il dissenso interno a Fatah è volta a “strangolare la libertà del procedimento elettorale e a preservare lo statu quo: Fatah in Cisgiordania, Hamas a Gaza. E’ quello che fa comodo a entrambi, nonché a Netanyahu”.

Gli occhi sono ora puntati al 20 marzo, quando inizierà la presentazione delle liste elettorali per l’assemblea legislativa. Ma in molti credono che tutto il procedimento potrebbe facilmente slittare di qualche mese (c’è chi dice a data da destinarsi), data l’attuale lacerazione interna, ma anche la difficoltà di gestire elezioni sotto la minaccia della pandemia, con i palestinesi che si trovano di fronte a una terza ondata che sta mettendo a dura prova il sistema sanitario. Diliani crede paradossalmente che proprio il Covid sarà determinante perché le elezioni abbiano luogo, “Abu Mazen ha bisogno delle elezioni per ottenere una parvenza di legittimità nella comunità internazionale, ma ha molto interesse che quanta meno gente vi partecipi. E’ evidente che elezioni con le restrizioni imposte dal governo minacceranno gli indipendenti. Ma non possiamo più aspettare: è arrivato il momento di sfidare l’autoritarismo di Mahmoud Abbas e di chiedere finalmente libertà di espressione, promozione dei diritti umani, laicità delle istituzioni”.

Fonte: Repubblica

Condividi:

Di

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Su questo sito Web utilizziamo strumenti di prima o di terzi che memorizzano piccoli file (cookie) sul dispositivo. I cookie vengono normalmente utilizzati per consentire al sito di funzionare correttamente (cookie tecnici), per generare report di navigazione (cookie statistici) e per pubblicizzare adeguatamente i nostri servizi /prodotti (cookie di profilazione). Possiamo utilizzare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore. Cookie policy