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223021553 dabc01a5 c6c1 4c3f 9b94 0e1cf09c8bea - Papere e “Misérables”. Dalla Thailandia a Minsk, una sola rivolta creativa

Nell’autunno del 2011 fu la maschera di Guy Fawkes usata dal collettivo Anonymous a segnare l’immaginario di Occupy Wall Street, il movimento di protesta contro le diseguaglianze e gli eccessi della finanza che si diffuse anche in Europa. Occupy era un movimento spontaneo e senza leader e usava come strumento di organizzazione le piattaforme digitali, come nei mesi precedenti avevano iniziato a fare le piazze in rivolta nel mondo arabo, da Tunisi a Damasco.

Quasi dieci anni dopo, è l’Asia a scrivere una nuova pagina di contestazione contro governi autoritari e polizie violente, usando social media e chat criptate per convocare i raduni e i simboli della cultura popolare per rovesciare la narrativa dominante. Il movimento di Hong Kong, che da più di un anno si batte contro la legge sulla sicurezza nazionale voluta da Pechino per silenziare l’opposizione democratica, ha fatto scuola, ispirando i manifestanti in Bielorussia e in Thailandia, le proteste di Black Lives Matter.

In Thailandia, contro la monarchia al potere i giovani cantano “Do You hear the people sing?”, la canzone del musical Les Miserables, già diffusa nelle piazze hongkonghesi. A Portland, la scorsa primavera, durante le proteste per la morte di George Floyd i manifestanti usavano i coni stradali per spegnere i lacrimogeni, tattica di Hong Kong.

A Minsk, in Bielorussia, contro l’autocrate Lukashenko sono comparsi gli ombrelli a protezione dei cittadini, un richiamo alle piazze di Hong Kong del 2014. «Il movimento di Hong Kong del 2019, insieme alle proteste negli Stati Uniti, in Bielorussia e in Thailandia, è stato prevalentemente decentralizzato», ci dice Shui-yin Sharon Yam, docente dell’università del Kentucky che studia i nuovi movimenti transanzionali. La filosofia è “Be Water”: siate acqua, adattatevi, cambiate.

«Oltre a condividere tattiche di protesta con attivisti di altri Paesi sui social media, gli hongkonghesi hanno contribuito a tradurre e far circolare informazioni». È quello che lo studioso James Buchanan chiama “protests swapping”, “scambio di proteste”: a Hong Kong alzano le tre dita della mano unite in solidarietà con i thailandesi; a Bangkok cantano gli slogan pro-Hong Kong che ora sono vietati dalla legge sulla sicurezza nazionale.

Le spettacolari catene umane degli hongkonghesi hanno ispirato la creatività dei thailandesi, che «usano i personaggi dei cartoni animati e della cultura popolare nelle loro azioni contro il governo e la monarchia, Hamtaro, Harry Potter, Hunger Games e, più recentemente, gigantesche papere di gomma». La solidarietà è politica prima che simbolica, è una richiesta di democrazia: «I manifestanti non vedono alcuno sbocco istituzionale per le loro rimostranze» contro regimi autoritari, dice Shui-yin Sharon Yam. In Thailandia, «lo scioglimento del Future Forward Party è stata un’enorme delusione per i thailandesi progressisti».

A Hong Kong la repressione ha alimentato la frustrazione. L’anno scorso un gruppo di manifestanti entrò nella sede del consiglio legislativo tirando giù l’immagine del partito comunista cinese. All’esterno qualcuno aveva scritto: «Sei stato tu a insegnarmi che le marce pacifiche sono inutili».

Fonte: Repubblica

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