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Prima un’iniezione di vaccino nel braccio. Poi una siringa di coronavirus spruzzata nel naso. “Permettete ai volontari di infettarsi intenzionalmente, per accelerare la ricerca di un vaccino”. È l’appello di 150 scienziati, inclusi 15 premi Nobel, rivolto al direttore dei National Institutes of Health americani Francis Collins. “È difficile pensare che economia e società si riprendano in assenza di un vaccino” spiegano.

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L’idea di prendere una persona sana, vaccinarla con uno dei prototipi allo studio, poi sottoporla intenzionalmente al contagio, “può accelerare lo sviluppo di un vaccino” e quindi “può essere giustificata dal punto di vista etico”. Fra i Nobel firmatari, c’è anche l’italiano naturalizzato americano Mario Capecchi.

Il contagio intenzionale si chiama “human challenge“. È stato provato in passato per malattie come colera, tifo, influenza e raffreddore. Ma due anni fa fu vietato per un vaccino contro Zika, perché considerato troppo pericoloso. Con il coronavirus, l’idea è stata sollevata da un editoriale sulla rivista Vaccine: “Malattie straordinarie richiedono soluzioni straordinarie” era il titolo. Pochi giorni dopo, 35 parlamentari americani hanno scritto alla Food and Drug Administration (l’agenzia federale che approva i nuovi farmaci) per chiederle di autorizzare il contagio volontario. A giugno anche l’Oms ha emesso una direttiva per condurre l’esperimento nel modo più sicuro possibile. Un sito internet indipendente (1daysooner) ha nel frattempo raccolto le firme di 30 mila persone disposte ad affrontare un corpo a corpo con il virus in nome della ricerca.

Nella sperimentazione normale, dopo la somministrazione del vaccino i volontari tornano a casa e riprendono la loro vita tranquillamente. Dopo alcuni mesi, i ricercatori controllano i numeri: quanti di loro hanno contratto il virus? Dal confronto fra i contagiati vaccinati e quelli non vaccinati si riesce a valutare l’efficacia dell’immunizzazione. Per tagliare i mesi di attesa, e capire immediatamente quanto il vaccino sia protettivo, è nata l’idea del contagio intenzionale, direttamente in laboratorio.

I volontari sarebbero ovviamente giovani, sani e ben informati. A loro sarebbero garantite le cure migliori, in caso di aggravamento. Qualora le strutture sanitarie fossero oberate, ai partecipanti dello human challenge verrebbe garantita la priorità. Nonostante questo, il rischio di conseguenze serie con il coronavirus esiste in tutte le fasce d’età. “Se però condotto correttamente – prosegue la lettera degli scienziati – un trial del genere accelererebbe di molto lo sviluppo del vaccino e potrebbe salvare milioni di vite, oltre a risollevare le economie del pianeta”.
 

Fonte: Repubblica

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