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PECHINO – Il Parlamento dato alle fiamme, gli edifici nella Chinatown distrutti, la vicina Australia che manda le proprie truppe per provare a riportare la calma, Pechino che “teme” per i propri connazionali. Per il secondo giorno consecutivo la città di Honiara, capitale delle Isole Salomone, brucia. 

Sfidando il lockdown di 36 ore imposto ieri, un migliaio di manifestanti sono scesi in strada nuovamente questa mattina per chiedere le dimissioni del primo ministro, Manasseh Sogavare. Sono arrivati nell’isola di Guadalcanal – dove si trova la capitale – dall’isola di Malaita, la più popolosa dell’arcipelago, e il motivo delle proteste è una vecchia decisione di due anni fa che tira in ballo Taiwan e Cina. E pure un referendum sull’indipendenza mai concesso.

Le accuse di tangenti

Nel settembre del 2019, infatti, le Salomone troncarono le proprie relazioni diplomatiche con Taipei in favore di Pechino, mettendo fine a 36 anni di scambi diplomatici e aiuti tra la piccola nazione del Pacifico e l’isola che la Cina considera come una “provincia ribelle”. Chi si oppose a quel cambio a 360 gradi della politica estera nazionale fu il premier di Malaita, Daniel Suidani, che accusò pure Sogavare di essersi intascato delle tangenti per pilotare il voto in Parlamento. Pure il ministro degli Esteri di Taiwan accusò Pechino all’epoca di aver allungato qualche mazzetta al capo del governo. Da allora Suidani ha promesso che la “sua” isola non avrebbe riconosciuto Pechino, arrivando a revocare le licenze di alcune imprese cinesi. L’anno scorso il governo locale di Malaita propose un referendum per ottenere l’indipendenza dal governo centrale. Referendum che non è stato mai concesso.

Negli ultimi anni la Cina, in una costante operazione diplomatica, ha spinto molti Paesi a tagliare le loro relazioni con Taipei portandoli dalla propria parte. Soprattutto in America Latina e, appunto, nelle nazioni insulari del Pacifico come le Salomone e le Kiribati. Una mossa che ha messo in allerta gli Usa, preoccupati dalla crescente influenza di Pechino nella regione, storicamente “terreno” americano.

L’ingresso nella nuova Via della Seta

Dopo quel cambio di politica estera di due anni fa, Sogavare se ne tornò in patria dopo un viaggio a Pechino con molti contratti in tasca. In Cina il premier firmò cinque memorandum d’intesa con il governo comunista portando la piccola nazione del Pacifico dentro la Via della Seta cinese. Alle aziende cinesi venne garantito il diritto di costruire strade, ponti e infrastrutture per rimettere in funzione la vecchia miniera d’oro di Gold Ridge. 

Dopo gli scontri oggi il premier Sogavare ha provato a rassicurare la popolazione: “Sono davanti a voi per informarvi che il nostro Paese è al sicuro, il vostro governo è in carica e continua a guidare la nostra nazione”. Le proteste sembrano, però, non fermarsi. Il primo ministro australiano Scott Morrison ha annunciato l’invio nell’arcipelago di 73 poliziotti e 43 soldati. I primi 23 agenti hanno lasciato Canberra nel pomeriggio di giovedì a bordo del Royal Australian Air Force. Indipendenti dalla Gran Bretagna dal 1978, le Isole Salomone furono teatro di violenti scontri inter-etnici negli anni 2000. Sei anni più tardi nella Chinatown della capitale scoppiarono scontri dopo che alcune imprese cinesi furono sospettate di aver truccato le elezioni.

Fonte: Repubblica

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