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C’E’ UN vero buco nero nei consensi a un mese dalle elezioni presidenziali del Perú. Su 19 candidati che aspirano alla poltrona più importante solo uno raggiunge un tiepido 13 per cento mentre tutti gli altri si affannano tra il 2 e il 7 per cento. E’ il segnale più evidente del distacco tra la cosiddetta società civile e classe politica, diventato un fossato incolmabile dopo la rivolta del novembre scorso che tenne in scacco il governo costringendo alle dimissioni tre presidenti in due settimane. Al voto del prossimo 11 aprile prevalgono i candidati ultraconservatori, tutti legati da programmi che spaziano dal divieto di aborto, al mancato riconoscimento delle identità di genere, all’affidamento ai privati delle principali industrie del paese. 

Tra questi spicca l’ex giocatore di calcio George Forsyth, alla guida di un blocco di estrema destra che con il suo 7 per cento propone di “rimettersi i pantaloni” per affrontare il crimine organizzato e promette di espellere “i cattivi migranti venezuelani” se verrà eletto. Si ricandida per la terza volta Keiko Fikjimori, leader di Fuerza Popular, maggioranza al Congresso, che con un 7 per cento ha già annunciato che farà uscire dagli arresti domiciliari suo padre con un indulto. Promette “mano dura per riscattare il Perú”.

Detto da lei fa sorridere più che indignare: ha guidato il blocco che per mesi ha paralizzato il Parlamento che difendeva a spada tratta la cricca dei corrotti. Giovedì scorso il giudice José Domingo ha chiesto nei suoi confronti una condanna a 30 anni per reati legati alla criminalità organizzata, riciclaggio di denaro e ostruzione alla giustizia per aver incassato tangenti da parte della holding brasiliana Odebrecht come finanziamento alla sua campagna.

Nel fronte opposto ci sono solo due esponenti della sinistra. In testa nei sondaggi, con un 13 per cento, emerge Yonhy Lescano, di centrosinistra, seguito da Verónika Mendoza, storica rappresentante dell’opposizione che riesce a raccogliere un 6 per cento dei consensi. Avvocato di 62 anni, Lescano è già stato tre volte in Parlamento ed esprime posizioni molto conservatrici sui diritti civili. Non è disposto ad accettare l’aborto neanche in caso di stupro. “Uccidono un innocente”, sostiene, “meglio che lo Stato si assuma la responsabilità di questi bambini”. Mendoza, al contrario, segue un programma di grandi aperture sociali e propone una riforma fiscale che prevede aliquote progressive a seconda del reddito. Per lei il Covid ha dimostrato che la sanità deve essere pubblica mentre adesso è nelle mani dei privati.

Ma al di là dei programmi in Perú si respira un clima di grande disaffezione e di incertezza. La maggioranza è stanca della corruzione ormai dilagante che ha segnato gli ultimi anni di crescita economica sorprendente (una media di 8 per cento) ma poi dilapidata da mazzette e da sperperi di denaro pubblico. Il Covid ha fatto emergere tutte le contraddizioni di una società profondamente classista con forti retaggi culturali razzisti nei confronti della popolazione indigena. Nel 2020 l’economia è crollata di 18 punti e si stima che quest’anno la crescita sarà -10 per cento. Tutti vogliono votare, pochi sanno quale nome. Un 18 per cento è ancora indeciso, il 16 preferisce lasciare la scheda in bianco.

Fonte: Repubblica

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