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180013292 048b1e54 ead5 471e b353 779e02c1db94 - Praga, scoperti per caso i resti del gulag dei deportati che costruirono la statua di Stalin

BERLINO – Era un campo di lavoro segreto della sezione cecoslovacca dell’Arcipelago Gulag e sorgeva ben occultato da mura nel centro della capitale Praga. Il lavoro forzato sul posto servì per costruire la gigantesca statua di Stalin che dominava la città. Gulag a pochi minuti di tram dal centro, precisamente nella parte Nord, nel parco chiamato Letná Park oggi luogo d’incontro preferito delle pacifiche manifestazioni dei giovani europeisti e della società civile.

Per decenni non se ne seppe nulla, nemmeno dopo la fine del comunismo nel 1989: lo ha appena scoperto per caso un team di tecnici e archeologi al lavoro per controllare lo stato del terreno del Letná Park e delle sue parti storiche dopo la costruzione di un serbatoio.

“Accuratamente demolito quando non serviva più, fu smantellato e occultato con precisione come fanno i criminali comuni quando eliminano le prove dei loro delitti e come accadde per molti campi di sterminio nazisti e comunisti”, dice a Radio Praga il professor Jan Hasil, dell’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze.

Riemerge come Memorie del sottosuolo il terribile mondo narrato dal grande Milan Kundera ne Lo scherzo, il libro che lo rivelò al pubblico mondiale: i deportati erano soldati dei battaglioni punitivi, i pétépáky (quelli con le mostrine nere). Gli stessi battaglioni dove finivano come reclute forzate i giovani “politicamente non affidabili, da punire isolare e rieducare”, come dicevano i manuali della dittatura e della famigerata polizia segreta StB.

Nei “battaglioni dalle mostrine nere” finì Ludvík, il protagonista dell’opera-debutto di Kundera. Viene reclutato a forza nei reparti punitivi perché, come ricorda chi ha letto il libro, aveva scritto una lettera d’amore con uno scherzo anticomunista a una ragazza bellissima iscritta nel Partito comunista. La quale non solo non corrispose l’amore di Ludvík, bensì consegnò la lettera a funzionari del regime.

“Era uno dei campi in cui non solo prigionieri politici condannati a lunghe pene, ma anche giovani arruolati a forza nei “battaglioni delle mostrine nere” venivano inviati al lavoro forzato” negli anni dello spietato golpista e dittatore stalinista Klement Gottwald, spiega a Radio Praga lo studioso Vit Fojtek. “Concepiti appositamente per isolare dalla società quegli elementi giudicati politicamente pericolosi e rieducarli”. Come oggi in Cina o Corea del Nord.

I pétépáky del Gulag segreto nel cuore di Praga erano almeno 120, non si sa ancora quanti anni vi rimasero. Furono meno sventurati di altri prigionieri politici, i quali si calcola raggiunsero un massimo di 200mila in totale nella “Repubblica socialista cecoslovacca” negli anni dello stalinismo. Deportati in almeno 18 campi “ufficiali” o in campi segreti.

I giovani del Gulag segreto di Praga dovettero faticare in condizioni di lavoro disumane e con orari bestiali per costruire l’enorme statua di Stalin che poi dal 1955 al 1962 dominò Praga dalla collina. Ad altri “nemici del socialismo” andò molto peggio: altri campi segreti del GuLag furono scoperti in Boemia, nelle immediate vicinanze di una miniera di uranio. Molti detenuti politici lavorarono spesso senza protezioni per scavare l’uranio che serviva all’arsenale atomico sovietico e poi morirono di tumore.

Il GuLag appena individuato per caso dal team di Hasil a Letná Park era composto da almeno tre baracche di 10 metri per 18, prive di riscaldamento e di pavimento  in cemento. I “soldati con le mostrine nere” erano ammassati in otto in ogni piccola stanza, lavoravano senza sosta e ricevevano cibo pessimo e poche o nessuna assistenza medica.

Gli archeologi cechi, scavando, hanno ritrovato i piani di costruzione del lager e fotografie aeree del tempo. Così sono riusciti a ricostruire una mappa del campo di concentramento. E nel sottosuolo hanno trovato, quale ulteriore prova, resti delle uniformi, degli strumenti da lavoro e dei miseri oggetti d’uso quotidiano dei deportati.

Finora, nemmeno dopo la fine della costruzione dell’enorme monumento granitico al tiranno sovietico quando il Gulag fu chiuso e demolito, né durante la breve stagione di atmosfera libera e riforme (la Primavera del 1968) stroncata nel sangue dall’aggressione militare sovietica, né dopo la fine del comunismo, erano state raccolte testimonianze o ricordi degli ex deportati. Non si sa quanti di loro siano morti di stenti nel campo, ma si presume che chi ne uscì vivo conservò fino alla morte l’istinto di prudenza e la paura di raccontare. “Vite spezzate di giovani che avrebbero potuto diventare accademici, ingegneri, lavoratori qualificati, e vennero puniti spesso solo per un sospetto o una delazione”, dicono ora gli archeologi e gli storici cechi.

La statua fu terminata nel 1955. Lo scultore che fu incaricato dalla dittatura di progettarla, Otakar Svec, rimase inorridito dalla realizzazione del suo stesso disegno commissionato per forza e, travolto dalla vergogna, si tolse la vita pochi giorni prima dell’inaugurazione del monumento. Il quale fu distrutto con la dinamite nel 1962 su ordine di Nikita Krusciov, il dittatore sovietico della destalinizzazione deciso a eliminare ogni traccia dello stalinismo e poi rovesciato nel 1964 dal golpe interno dal Pcus mosso dagli ortodossi guidati da Leonid Brezhnev: quello che decise l’invasione per schiacciare la “Primavera”, inviando i Panzer contro i giovani a Piazza San Venceslao trasformata in una piccola Tienanmen ante litteram. Ora, dal sottosuolo di Praga, un cupo ricordo è riemerso per caso. Memoria per i giovani e le generazioni future.

Fonte: Repubblica

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