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L’anno scorso ogni settimana sono stati uccisi 4 attivisti. Sono almeno 212 gli ambientalisti uccisi nel mondo nel 2019 per le loro iniziative di lotta a tutela dell’ambiente. Mai un numero così alto. Emerge dall’ultimo rapporto Global Witness dove si precisa che due terzi degli omicidi sono avvenuti in America Latina. L’Ong segnala inoltre come il numero degli ambientalisti uccisi o scomparsi sia sicuramente più alto rispetto ai dati ufficiali. Il primo Paese per numero di assassini è la Colombia, seguito dalle Filippine, dal Brasile e dal Messico. I primi due Paesi da soli registrano la metà delle vittime.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani sottolinea diverse ragioni per la crescente ondata di violenza in Colombia, come le sfide poste dall’Accordo di pace del 2016: il controllo dei territori lasciati dalla guerriglia delle Farc. In gioco, enormi quantità di risorse tra cui la cocaina. Quattrodici attivisti uccisi stavano lottando proprio per la sua eliminazione.

Nelle Filippine la situazione è peggiorata a partire dal 2016, anno dell’insediamento di Rodrigo Duterte, facendole diventare il Paese peggiore al mondo per la sorte degli ambientalisti. L’anno scorso nelle Filippine è stato ucciso Datu Kaylo Bontolan, convinto oppositore dell’estrazione illegale. Leader Manobo, è stato uno dei tanti indio uccisi nel 2019, nel tentativo di affermare il diritto all’autodeterminazione, proteggendo le loro terre ancestrali da coloro che cercano di sfruttare le loro risorse naturali.

Oltre due terzi degli omicidi sono concentrati in America Latina. Nel 2019, sono 33 i morti nella sola regione amazzonica. Quasi il 90% delle uccisioni in Brasile sono avvenute in Amazzonia.

Il settore minerario, riferisce Global Witness, è stato quello più mortale, con 50 attivisti uccisi nel 2019. E il disboscamento è stato il settore con il più alto aumento di omicidi a livello globale dal 2018, con l’85% in più di attacchi registrati contro coloro che lo combattono. L’Europa rimane la regione meno colpita, con due persone uccise nel 2019, entrambe impegnate a fermare il disboscamento illegale in Romania. I popoli indigeni continuano a essere a rischio sproporzionato di rappresaglie, con il 40% delle vittime appartenenti a comunità indigene. Tra il 2015 e il 2019 oltre un terzo di tutti gli attacchi mortali ha preso di mira gli indigeni.Fonte: Repubblica

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