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222804654 f79d331d f34d 4b7b 8d4f 336c9585da67 - Quei ragazzi disabili in classe senza amici: “Sono soli e discriminati"

Pochi, pochissimi, nemmeno il trenta per cento. E spesso soli in classe, senza amici e senza compagni.  “L’inclusione dei ragazzi disabili nelle scuole in zona rossa è rimasta un progetto sulla carta. Alcuni istituti sono aperti ma sta accadendo quello che temevamo: in quelle aule ci sono soltanto studenti disabili e chi li assiste, senza professori, senza lezioni, a volte in completa solitudine. Questa non è didattica, non è inclusione, è di nuovo una discriminazione”.  Usa parole gravi Giuseppe Argiolas, presidente del coordinamento italiano insegnanti di sostegno, a dieci giorni dalla chiusura quasi nazionale di tutte le scuole di ogni ordine e grado. Dopo il tragico primo lockdown del 2020, in cui la didattica a distanza si è trasformata per i giovani più fragili in un vero e proprio apartheid, per legge, le porte delle scuole sarebbero dovute restare aperte alle persone disabili, insieme a piccoli gruppi di compagni di classe. Con lezioni curriculari, laboratori, insomma con una didattica “vera”.

Non è accaduto. Di fatto, denunciano molti comitati dei genitori, un fallimento dell’inclusione. Antonella Perini, mamma di Gianluca, 12 anni,  lo scorso anno lanciò una petizione su Change.org per denunciare la solitudine dei bambini disabili, il loro regredire giorno dopo giorno. Gianluca ha la sindrome di Sturge-Weber, è in carrozzina, ma da qualche tempo, racconta Antonella, “ha iniziato a fare piccolissime passeggiate”. “Viviamo a Spinea, in Veneto, mio figlio in classe è da solo, assistito da un operatore sociosanitario. La sua è una disabilità gravissima, con una severa compromissione cognitiva. Ha sempre avuto un programma speciale, per lui però la scuola è stimolo, relazione, sono sicura che gli mancano le voci dei compagni, i loro saluti.  In quelle quattro ore mezza in cui Gianluca è a scuola posso lavorare, occuparmi dell’altro bambino, certo se la scuola riuscisse ad attivare dei piccoli gruppi Gianluca sarebbe felice, questa non è la vera didattica incusiva.

Anche Matteo, 12 anni, bambino autistico con una passione per la musica, seconda media alla “Tullia Zevi” di Roma,  è solo in classe. “Frequenta dalle 9 alle 12,30 con l’insegnante di sostegno. No, i suoi compagni non ci sono – spiega pacato il papà, Marco Sabatini Scalmati – è una conquista a metà, a scuola ci hanno detto che i gruppi non si sono formati per problemi organizzativi. Forse, chissà. Sono convinto però non c’è stata nessuna resistenza da parte delle famiglie dei compagni di Matteo, anzi, il momento più bello della sua giornata è quando entra in classe e ritrova i suoi amici”.

Nelle parole discrete di Antonella, di Marco emerge tutto lo sforzo di trovare un filo positivo per dare un senso all’inefficienza, all’impegno (sovrumano) di gestire la disabilità di un figlio o di una figlia. “La fatica delle famiglie è tale che anche poche ore fuori di casa, pur in una aula vuota, sono un aiuto. Una affermazione comprensibile ma amara. E’ questa la vera inclusione? O è una esclusione mascherata? In classe avrebbero dovuto esserci i prof curriculari – incalza Giuseppe Argiolas – i ragazzi disabili e qualche compagno, più l’insegnante di sostegno. L’errore da parte del ministero è stato quello di affidare ai dirigenti scolastici l’organizzazione delle classi in presenza per gli studenti fragili, mentre ci sarebbero volute delle linee guida precise. Non solo i disabili si trovano da soli o con altri disabili, ossia in classi differenziali vere e proprie, ma viene loro negato il rapporto con il docente curriculare”.

Perché il nodo è questo. Essere insieme. La relazione. Quel bene immateriale (amici, compagni, risate, voci, movimento, odori, umanità) che costituisce il valore essenziale della scuola. Ancor più per bambini e ragazzi la cui condizione porta di fatto a un isolamento. Interiore, fisico.

E in alcune scuole è ormai guerra aperta tra genitori e dirigenti scolastici. “Nel nostro istituto. “Piersanti Matterella” di Roma, la preside ha vietato la formazione di piccoli gruppi per accompagnare la presenza dei bambini disabili. Anzi, ai genitori che protestavano perché i loro bambini erano soli in classe, ha risposto con un post i cui queste famiglie, citate con nome e cognome, venivano sbeffeggiate e irrise su Facebook”. Alessandro Liberti, operatore di Croce Rossa, papà di Anita, compagna di classe di un ragazzino autistico, è furibondo. “Nella nostra classe quel bimbo è una risorsa ed è il migliore amico di mia figlia. Eravamo già organizzati per formare le micro-classi, la dirigente ha bloccato tutto dicendo che non c’erano le condizioni di sicurezza”. Rilancia la mamma di uno degli allievi che frequenta in solitudine: “Soltanto chi vive questa condizione sa quanto senza la relazione i nostri figli soffrano e regrediscano. Ed è una scena triste vedere che la mattina a scuola entrano soltanto alunni disabili”.

Ci sono però alcune esperienze positive come all’Istituto comprensivo “Francesco Saverio Nitti” di Roma. Racconta Federica Morelli, energica e positiva mamma di Francesco, 13 anni. “Mio figlio ha una forma di autismo molto grave, assolutamente incompatibile con la didattica a distanza. La nostra scuola però, grazie a un’ottima dirigente, ha messo in campo veri progetti d’inclusione anche nella programmazione normale. Quando è arrivata la zona rossa nel giro di due giorni erano già formati i gruppetti tra ragazzi disabili e non,  a scuola si svolgono dei laboratori a cui partecipano a turno i bambini che quel giorno formano la “classe”. Francesco è felice e anche i suoi compagni”. E Viola Vitali, mamma di Martino, anche lui con autismo, dell’Istituto comprensivo “Parco della Vittoria”, sottolinea il valore, irrinunciable, della relazione. “Le famiglie dei compagni avevano aderito subito, con entusiamo, Era la scuola a non essere pronta. Adesso però i piccoli gruppi sono partiti. Il diritto allo studio è individuale, ma non può che essere praticato  all’interno di una comunità. Martino è un bambino non verbale, ma la parola “amici”, gli fa brillare gli occhi”.  Qualche luce tra le ombre di un progetto d’integrazione sostanzialmente fallito.

Michele  ha 14 anni, vive a Lugo di Romagna, ed è un ragazzo cerebroleso. Patrizia Sarzani, la mamma, ha la voce affaticata. “Era un bimbo sano, poi un’encefalite a tre anni e tutto è precipitato, cambiato per sempre. Ritengo però già un dono che mio figlio sia ancora vivo. Michele va a scuola ogni giorno con un altro gruppetto di disabili. E vi confesso che lo vedo felice. Per noi è un sollievo. Certo che mancano gli altri compagni di classe, ma di fronte alla solitudine della casa, anche questo è un aiuto”.

Cronache dalla difficoltà. Cronache dal dolore. Situazioni estreme che Carlo Braga, preside dell’Istituto tecnico “Gaetano Salvemini” di Casalecchio di Reno, all’avanguardia nell’inclusione, conosce bene. “Noi abbiano 80 ragazzi con disabilità anche gravissime, alcuni addirittura allettati, che riusciamo a far frequentare. Ai nostri alunni è assicurato l’intero orario scolastico, insieme a piccoli gruppi di compagni, nel pieno rispetto delle norme anti-Covid. I ragazzi sono in classe con gli insegnanti curriculari, gli altri collegati da casa. Noi ci siamo organizzati fin da novembre però, anzi fin dalla primavera scorsa quando dopo la tragedia del lockdown è stato evidente che per i ragazzi fragili la scuola doveva restare aperta. Però tutto questo non si improvvisa. Dietro una didattica inclusiva come la nostra ci sono anni di lavoro e dedizione verso i più deboli. Oggi possiamo dire di avercela fatta”.

Fonte: Repubblica

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