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000037472 7829282d 031e 4910 a0c5 3a6c8502b614 - Quei truffatori di paese e il piano per ottenere il riscatto dallo Stato

BRESCIA — «Ala’ fiaba». Mavalà bugiardo. Che c’azzecca il Turkestan Islamic Part coi calici di bianco e bitter e le smargiassate che scivolano sul bancone dei bar della Valtrompia, e poi giù in Franciacorta passando da Folsà, Folzano in dialetto bresciano, 1.500 anime sulla cintura della Leonessa d’Italia? In quale film possono coabitare le milizie jihadiste di Jund Al Aqsa e una banda sgangherata formata da truffatori di paese, ladri di articoli per la casa, trafficoni albanesi che girano tra il lago d’Iseo e Concesio, il paese di Giovanni Battista Montini, ovvero Papa Paolo VI? «Mi sembra una storia assurda, dai, non ci credo che mio figlio ha messo in piedi una cosa del genere. Ha fatto i suoi errori e ha pagato, questo sì. Ma fingersi sequestrato per tre anni non ce lo vedo».

Gianfranco Sandrini, 60 anni e non sentirli, infatti è ancora un ultrà del Brescia. Uno della vecchia guardia, di quelli che hanno vissuto in prima linea l’esplosione delle turbolente firms calcistiche nel nord Italia, tra ’80 e ’90. Suo figlio Alessandro, ex rapinatore, è l’uomo intorno al quale ruotano i misteri, diciamo così, di questa stramba anonima sequestri che faceva prigionieri per finta, li metteva su un aereo a Orio al Serio e poi vendeva il pacchetto completo: all inclusive. E poi però lui, Alessandro Sandrini, nella rete dei califfi neri ci è finito davvero. «Soldi per truffare? Non lo so, io so che di denaro a me non ne è arrivato, mai visto un euro», dice Sandrini padre.

Folzano, Brescia sud. Dei 33 quartieri nei quali è suddivisa la città, questo è il più piccolo: un supermercato, un bar, una chiesa del ‘700 dedicata a San Silvestro. La parabola discendente del 32enne vacanziero tra Turchia e Siria che accetta di farsi sequestrare solo per spillare soldi allo Stato e che poi dalla farsa entra nella tragedia, inizia e finisce qui. «Siamo una piccolissima realtà dove tutti conoscono tutti e che, sostanzialmente, per i servizi si appoggia totalmente a Brescia», dice Anna Maria Iannelli, presidente del consiglio di quartiere. «Sandrini? Io non so chi sia. Ho sentito di questa storia oggi al telegiornale».

È certamente genuina Iannelli. Dopodiché chi pensa che a queste latitudini la gente muoia dalla voglia di parlare delle storie più scomode, vive nel mondo delle favole. È vero: c’è il fondamentalismo armato, il fantasma dell’Isis. Ma irrompe in una trama che a Folzano, prima dei video pietosi per smuovere le coscienze e aprire le borse del riscatto, aveva conosciuto il suo punto più alto in due colpetti da banda bassotti di paese. La settimana da leone dell’aspirante Arsenio Lupin Alessandro Sandrini: 19-24 maggio 2016. Un negozio di casalinghi a Concesio, una tabaccheria: 4000 mila euro di bottino e le telecamere che lo incastrano. Pena: due anni e sei mesi. Poi, la svolta.

C’è un volo per Adana e la proposta indecente della banda: anziché il costume indossato sulle spiagge del Mar di Levante, la tuta arancione con cui i gruppi gemellati con Al Qaeda vestono i loro prigionieri. Sempre da Brescia nasce l’idea: le menti sono i due albanesi Fredi Frrokaj e Olsi Mitraj e il terzo complice, Alberto Zanini. Abitano tutti nella stessa provincia, ma non vicini: uno sta a Flero, prima periferia del capoluogo, l’altro a Mazzano, verso il lago di Garda, e Zanini a Gussago in Franciacorta. Evelina Manzata è la madre di Sandrini. Dice che di questa storia non ne vuole sapere più niente. I cronisti locali ricordano i suoi appelli: era gennaio 2018. «Mio figlio è tenuto prigioniero in una stanza due metri per tre, gli puntano addosso le armi e dicono che in due mesi la questione deve essere risolta. Ne è già passato uno, vi prego fate qualcosa».

L’altro sequestro anomalo — stesso periodo — è Sergio Zanotti, imprenditore bresciano (lui non indagato). È tornato a vivere a Marone, sul lago d’Iseo, nell’appartamento di via Alegi. Dalla prima moglie Zanotti ha avuto tre figlie. Sentite cosa dice la donna: «Secondo me questa storia del finto sequestro è una bufala. Ma se così non fosse, Sergio ha chiuso. Ci raccontava che quando lo tenevano prigioniero nei dintorni di Aleppo era costretto a mangiare erba. Come un cavallo. Non voglio nemmeno pensare che ci abbia raccontato delle balle. Comunque lo scriva: io e questo signore siamo separati e divorziati da più di 20 anni».
 

Fonte: Repubblica

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