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GERUSALEMME – In un’intervista esclusiva alla stampa israeliana giovedì, il Ceo di Pfizer Albert Bourla ha raccontato come si sono evoluti i contatti che hanno portato Israele a essere una sorta di vetrina mondiale per l’efficacia del vaccino. “Cercavamo un Paese che avrebbe potuto dimostrare all’umanità l’impatto del vaccino sugli indici di salute ed economici” ha spiegato alla conduttrice Yonit Levy di Channel 12. “Ho parlato con diversi capi di Stato e Netanyahu mi ha convinto che in Israele avrei trovato tutte le condizioni necessarie”. Una popolazione relativamente ridotta (9,3 milioni di abitanti) e un eccellente sistema sanitario, non sono un unicum. Le peculiarità di Israele che si sono rivelate determinanti nella scelta di avviare la collaborazione, secondo Bourla, sono la digitalizzazione del sistema sanitario “che non molti Paesi hanno a questo livello”, la prontezza del Paese nella gestione delle emergenze per via della costante minaccia in cui vive e “l’ossessione di Netanyahu, che francamente mi ha colpito molto”.

Bourla rivela di aver ricevuto non meno di trenta chiamate dal primo ministro israeliano, alcune anche quando in Israele era piena notte. “È capitato che mi chiamasse alle 3:00 di mattina per sapere cosa succedeva con le varianti, che dati avevamo sulla vaccinazione dei bambini o delle donne incinta. Io gli dicevo, ‘Signor primo ministro, ma sono le 3 di mattina…’ e lui mi rispondeva ‘non ti preoccupare, dammi i dati’”. I risultati della collaborazione “sono stati al di sopra delle aspettative” ha affermato Bourla, consentendo la pubblicazione di nuovi dati insieme al ministero della Salute israeliano. Secondo lo studio, che arriva nel momento in cui Israele si avvicina all’inoculazione con la seconda dose di quasi metà della popolazione, l’efficacia del vaccino è documentata al 97% per quanto riguarda la prevenzione dei contagi sintomatici, così come per la probabilità di sviluppare una malattia grave e per la prevenzione della mortalità. Si tratta di dati ancora più incoraggianti di quelli pubblicati da Pfizer dopo i testi clinici – allora documentati al 95%.

A gennaio Israele aveva chiuso un accordo con Pfizer per cui la casa farmaceutica si impegna a fornire tutte le fiale necessarie per il raggiungimento dell’immunità di gregge nel Paese in cambio della trasmissione di dati rapidi e ordinati sull’andamento e sugli effetti della campagna vaccinale. L’allarme delle organizzazioni per la protezione della privacy aveva portato il ministero della Salute a rendere pubblico il contratto – con alcuni passaggi rimasti secretati – e il governo ha assicurato che si tratta di statistiche pubbliche e dati anonimi – comprese specifiche sul braccio dell’inoculazione, età, sesso, eventuali malattie pregresse.

L’accordo con Pfizer è probabilmente il motivo per cui Israele non ha utilizzato le dosi acquistate del preparato Moderna – con le quali in questi giorni il Paese sta inoculando circa 120,000 lavoratori pendolari palestinesi, che entrano quotidianamente in Israele. Con la seconda casa farmaceutica a ottenere a novembre l’approvazione della FDA per il vaccino che utilizza la tecnologia mRNA, Israele aveva già chiuso un contratto a giugno. Tal Zaks, il direttore medico di Moderna (uscente: ha annunciato che a settembre lascerà per “riprendere fiato e guardare a nuove sfide”), israeliano che ha completato gli studi medici all’Università Ben Gurion nel Negev, in un’intervista comparsa sul giornale Yediot Ahronot venerdì, racconta che Israele è stato uno dei primi Paesi a rispondere alla sfida investendo in quella che allora era una piccola società di biotecnologie mediche con poche centinaia di dipendenti.

Nonostante sia israeliano, Zaks non è stato oggetto dell’”ossessione” di Netanyahu, con cui dice di aver parlato una sola volta, durante gli studi clinici, ma è in contatto costante con il ministero della Salute israeliano. E mentre la madre del dottor Zaks a Haifa è stata vaccinata con il concorrente Pfizer, Netanyahu ha annunciato l’avvio di accordi con entrambe le case farmaceutiche per lo sviluppo di un centro di ricerca e sviluppo vaccinale, nonché di un centro di produzione del “nuovo oro” nell’epoca della pandemia. Un’iniziativa che ha attratto nell’arco di una settimana le visite dei premier di Austria, Danimarca, Repubblica Ceca e Austria (l’Ucraina è in arrivo), giunti in Israele per constatare con mano l’effetto dell’avanzata campagna vaccinale che nelle ultime settimane ha portato il Paese alla quasi totale apertura dell’economia, al momento con il passaporto verde, che consente l’ingresso in alcuni settori solo a vaccinati e guariti (a breve verrà introdotta anche la possibilità di presentare un tampone rapido negativo).

Non sfugge che Netanyahu sta cercando di monetizzare il successo a livello globale in vista delle imminenti elezioni parlamentari, che si terranno il 23 marzo per la quarta volta in meno di due anni. Motivo per cui – su pressione interna di alcuni politici e medici – è stata rimandata la visita del Ceo di Pfizer Bourla, che si sarebbe dovuta tenere giovedì 11 marzo, nel ricorrere dell’anno dalla definizione del coronavirus come pandemia da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Come Bourla stesso ha ricordato nell’intervista: “Ho ricevuto molte richieste di non venire in questo momento per via delle elezioni, così come molte altre che mi dicevano di venire lo stesso. Non è mia intenzione interferire con la politica interna, spero quindi di venire in un altro momento”.

Fonte: Repubblica

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