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rabin uomo di pace il ricordo di amos gitai alla milanesiana - "Rabin uomo di pace", il ricordo di Amos Gitai alla Milanesiana

Parlare di pace a due passi dal Duomo di Milano, a venticinque anni dall’assassinio di Yitzhak Rabin, Primo Ministro d’Israele, Premio Nobel per la pace. La Milanesiana di Elisabetta Sgarbi dedica una serata, nel cortile di Palazzo Reale, al caso Rabin con la proiezione del film Rabin: The Last Day (2015, 153′) del regista israeliano Amos Gitai, che è anche fotografo, scrittore, architetto. Testimone, si definisce lui, sopravvissuto all’abbattimento da parte di un missile siriano di un elicottero sul quale stava recuperando un ferito durante la guerra del Kippur.

“Sopravvissuto è una parola troppo melodrammatica, preferisco testimone. Ho scelto di usare questa opportunità che la vita mi ha dato, l’eccezione che io, essendomi salvato, rappresento, per testimoniare le contraddizioni della nostra epoca. Amo le contraddizioni. Sono un collezionista di contraddizioni. Tutti le abbiamo” dice Gitai, in un talk prima del film con gli scrittori Alain Elkann ed Elena Loewenthal.

La padrona di casa lo definisce “un artista, un intellettuale, un “ruvido” uomo di pace. Per essere donne e uomini di pace bisogna avere un carattere forte”. Loewenthal sottolinea come sia “davvero commovente essere di nuovo dal vivo”, con il pubblico che arriva in biciletta, le parcheggia dietro il palco e non leva mai la mascherina. Elkann ricorda il legame profondo di Gitai con le sue origini e le tante culture dalle quali proviene: suo padre, architetto, è costretto a fuggire dalla Germania nazista e sceglie il Medio Oriente, per portare lì la sua idea di modernità; la famiglia di sua madre è emigrata in Palestina dopo i pogrom.

“In effetti quello tra i miei genitori è un legame che mi ha sempre incuriosito. Sono frutto di una coproduzione. Mio padre, se non ci fosse stato Hitler, sarebbe rimasto a Berlino. Aveva un bel ricordo di quel periodo. Negli anni dell'”esilio” camminava per le strade e parlava in tedesco da solo, per sentire il suono della sua lingua. Mio padre è stato un immigrato illegale. Me lo ricordava sempre e anche io me lo ricordo bene” racconta il regista, che riceve il Premio Omaggio al Maestro per la complessità e per le contraddizioni delle sue opere.

Nella serata più politica della Milanesiana c’è spazio anche per un ricordo di Rabin, che Gitai ha conosciuto. Il regista esporrà presto il suo materiale di archivio ed è tornato su questo dramma che ha segnato la storia israeliana e ha bloccato il processo di pace in un libro scritto durante il lockdown, che uscirà l’anno prossimo per Gallimard e per La nave di Teseo di Sgarbi. “Rabin si esprimeva a volte in un modo brusco, ma sincero. Di certo nessuno gli scriveva i discorsi. Dopo di lui, ucciso da un ebreo estremista di destra e vittima di una campagna di odio, il processo di pace si è interrotto. Fare cinema, fare arte non vuole dire solo frequentare i bei festival o calcare i tappeti rossi. Creare è un gesto civico”. “È molto bello per due scrittori come me ed Elena sentire da Amos Gitai che durante il lockdown ha scritto, che ha scelto la parola scritta perché gli permetteva di concentrarsi. È quello che abbiamo fatto anche noi. La lingua è una patria” dichiara Elkann.

La lingua è una patria e l’arte, oltre a essere testimonianza e gesto civico, permette anche, nelle parole dell’ospite d’onore, “d’imparare qualcosa di nuovo, di toccare un nervo scoperto, di suscitare reazioni” o, come afferma Enrico Ghezzi in un toccante videomessaggio per Gitai e per la Milanesiana, di “attraversare il nulla”. L’arte, a volte, dà anche speranza. Si potrebbe ripartire quindi dalle ultime parole del Primo Ministro israeliano, pronunciate prima di essere assassinato in quella che sarebbe diventata piazza Rabin a Tel Aviv: “La maggior parte della gente vuole la pace, è pronta a correre questo rischio e voi qui, venendo a questo comizio, dimostrate che la maggior parte delle persone vuole davvero la pace e vuole opporsi alla violenza”.

Fonte: Repubblica

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