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Il giorno dopo è quello dello smarrimento perché nessuno si aspettava che sarebbe potuta finire così: non la Procura, non la famiglia, non lo stesso tribunale, non fosse altro che un giudice si era già espresso sullo stesso tema, ma in maniera opposta. Non il governo che, con la costituzione di parte civile, aveva scelto una strada precisa, decisa, molto forte. Il giorno dopo è, evidentemente, anche quello dei conti: che succederà ora all’indagine sul sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni? Davvero la giustizia italiana rinuncerà a cercare, e appurare, la verità?

La questione si muove lungo due binari. La prima, tecnica. La seconda politica. Veniamo a quella giuridica: la terza sezione della Corte di Assise del tribunale di Roma ha deciso che il decreto che disponeva il giudizio dovesse essere annullato perché “non vi erano i presupposti per dichiarare l’assenza degli imputati”. Gli atti dovevano essere loro notificati e la circostanza che il loro Paese li avesse resi di fatto irreperibili, non comunicando i loro indirizzi, è valsa, nei fatti, come un salvacondotto. Le posizioni dei quattro indagati – come disposto dalla presidente della Corta Antonella Capri – sono così tornate al gup Pierluigi Balestrieri. Il punto è che quel giudice gli atti li conosce già. Visto che, sulla base degli stessi elementi su cui si è espressa la Corte di Assise, aveva deciso in senso opposto appena 4 mesi fa, rinviando a giudizio gli imputati. Il tribunale di Roma ha sullo stesso fatto deciso in due maniere diverse. 

Che cosa accadrà? Balestrieri, verosimilmente, non potrà che rimandare gli atti in procura per una nuova rogatoria alla ricerca delle abitazioni dei 4 imputati. Come, però, il procuratore Sergio Colaiocco ha segnalato nella sua memoria da due anni e mezzo – da quando cioè gli agenti egiziani sono stati indagati – non c’è più alcuna collaborazione con l’Egitto. È possibile che non ci sia alcuna risposta alla nuova rogatoria. Circostanza che metterebbe il processo in un angolo. Certo, Procura e gup potrebbero nuovamente disporre il giudizio, ma tutto tornerebbe di nuovo sulla scrivania della Corte di assise che giovedì ha deciso per l’annullamento. Di più: trattandosi di un’ordinanza, il provvedimento del giudice Capri non è impugnabile e appellabile. In sostanza, l’inchiesta Regeni è in un vicolo stretto e forse cieco. Che potrebbe tornare a vedere la luce non prima di un anno.

A riportarla, anche prima, potrebbe essere la politica. Il governo, e il premier Mario Draghi soprattutto, hanno preso una posizione diretta e importante con la costituzione di parte civile. Un atto assolutamente non scontato. E che non resterà isolato. La famiglia, che aveva incontrato il premier nei mesi scorsi, ha molto apprezzato. Ma è evidente che la partita comincia ora: già nelle prossime settimane si capirà se il governo vuole dare una svolta ai suoi rapporti con l’Egitto. È appena arrivato il nuovo ambasciatore, Michele Quaroni (che non avrebbe però preso ancora contatti con i Regeni), ma la vicenda si può sbloccare soltanto con un intervento del premier.

Ne è convinto anche il presidente della Camera, Roberto Fico, che ieri ha avuto parole chiare: “È uno stop senza dubbio, ma noi andiamo avanti. Andremo avanti fino alla fine e fino in fondo perché vogliamo gli indirizzi delle persone rinviate a giudizio e li avremo in tutti i modi per andare avanti con il processo”. “La rogatoria – ha spiegato – dovrà essere sostenuta da tutto lo Stato italiano con grande forza”. I segnali che arrivano dall’Egitto, però, non sono dei migliori. La nostra intelligence ha infatti già segnalato come la costituzione di parte civile del governo sia stata letta come un atto particolarmente ostile. Ora bisognerà aspettare: tra l’oltraggio e la verità ci sono i prossimi mesi. Gli ennesimi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Fonte: Repubblica

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