Condividi:

regno unito un souvenir svela lorigine dei megaliti di stonehenge - Regno Unito, un souvenir svela l’origine dei megaliti di Stonehenge

Un frammento di roccia estratto oltre 60 anni fa e restituito ai ricercatori ha permesso di riconoscere il “dna” della pietra e risalire al luogo da cui sono stati estratti i blocchi alti sette metri e pesanti 20 tonnellate. Vengono da una zona dello Wiltshire, distante 25 chilometri
 
Il segreto dell’origine dei giganti di Stonehenge era chiuso in un pezzetto di roccia custodito in Florida. Un souvenir portato via 60 anni fa dal più celebre sito megalitico e infine ritornato. Le analisi su quel campione hanno permesso agli scienziati di stabilire dove, gli antichi abitanti della Britannia neolitica, avevano estratto le pietre di arenaria per costruire la più misteriosa e monumentale architettura preistorica.
 

La terra degli “henge”

Ora sappiamo che la maggior parte delle pietre, in arenaria del tipo che viene chiamato “sarsen”, alti fino a sette metri e pesanti anche 20 tonnellate, vengono dal sito di West Woods, al confine delle Marlborough Downs, nello Wiltshire, la stessa contea dove si trova Stonehenge. In linea d’aria sono circa 25 chilometri. Proprio da queste parti si trovano diversi cerchi di pietre e un altro sito, non altrettanto famoso ma di grande importanza. Lo “henge” di Avebury è a prima vista meno monumentale di Stonehenge, ma potrebbe essere addirittura più antico.

 

La prova dalla Florida

Stonehenge non è composta solo da pietre di Sarsen, che formano il circolo esterno composto da triliti (due blocchi eretti e uno trasversale sulla sommità) e i tre triliti del “ferro di cavallo” al centro. I pezzi più piccoli arrivano da molto più lontano. Le analisi in passato hanno provato, infatti, che quelle definite “bluestones” arrivano dal Galles, e hanno fatto un viaggio di 250 chilometri per diventare pezzi di questo complesso. Le pietre di Sarsen, invece, hanno custodito il loro segreto fino a che Robert Phillips, alle soglie dei 90 anni, non ha deciso di riportare sul posto quello che si è rivelato il “pezzo mancante” del puzzle.
 
Phillips lavorò per la compagnia coinvolta nei lavori di conservazione del sito di Stonehenge, negli anni 50.   Si trovava lì quando si rese necessario trapanare una delle rocce per inserire una barra di metallo. In quell’occasione fu estratto un pezzo dall’interno del megalite, un cilndro di roccia lungo meno di due palmi, e su sua richiesta gli permisero di portarselo via come “ricordo”.

Phillips, nel 1977, emigrò negli Stati Uniti e lo portò con sé. Prima a New York, poi in Illinois e California. Infine in Florida. Nel 2018 decise di riconsegnarlo a chi poteva farne miglior uso invece di prendere polvere come souvenir del sito preistorico più celebre del mondo. E lo riportò in Gran Bretagna. Philips è morto quest’anno,
 

Il dna della roccia

Analizzare una roccia significa, in parte, distruggerla. Mutilarla. Per questo non è possibile sfregiare i monoliti del sito: possedere un pezzo già estratto rappresentava un’occasione insperata che gli scienziati hanno colto al volo. Le analisi, condotte dai ricercatori dell’università di Brighton e pubblicate in un articolo su Science Advances, hanno fornito una specie di impronta digitale, il Dna, che corrispondeva a quello di altre rocce della stessa “famiglia”, cioè del luogo da cui provenivano, uguali ai blocchi di arenaria che punteggiano West Woods.
 

 
È solo l’ultimo degli interrogativi svelati su Stonehenge. È di poche settimane fa la notizia che un altro anello di megaliti è stato scoperto lì vicino. Tanti altri ne rimangono. A cominciare dall’aspetto tecnologico (senza testimonianze scritte si possono fare solo ipotesi). Ancora ci si chiede come, tra i 5.000 e i 3.000 anni fa, possano essere state caricate e trasportate per così tanta strada, pietre così pesanti. E a quale scopo impegnarsi in questo sforzo titanico.

Le ipotesi sulla sua valenza e il suo utilizzo non trovano, tuttora, scienziati e archeoastronomi d’accordo sul fatto che si trattasse di un calendario solare. La collocazione di alcune pietre, che nel corso dell’ultimo secolo sono state riposizionate per questioni di stabilità, non corrisponde infatti a quella originaria.
 
 

Fonte: Repubblica

Condividi:

Rispondi

Su questo sito Web utilizziamo strumenti di prima o di terzi che memorizzano piccoli file (cookie) sul dispositivo. I cookie vengono normalmente utilizzati per consentire al sito di funzionare correttamente (cookie tecnici), per generare report di navigazione (cookie statistici) e per pubblicizzare adeguatamente i nostri servizi /prodotti (cookie di profilazione). Possiamo utilizzare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore. Cookie policy