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ROMA – I maestri e i professori assoldati per tre mesi e mezzo – sono 112.473, lavoreranno dall’inizio dell’anno scolastico fino al 30 dicembre – andranno dove c’è più bisogno. Il ministero dell’Istruzione sta lavorando a un decreto che distribuirà i cosiddetti docenti Covid secondo tre parametri. Il primo, ovviamente, sarà la numerosità degli studenti su base regionale (Lombardia, Campania e Lazio avranno più insegnanti di Liguria, Umbria e Molise, non ci piove). Questo indicatore peserà per il 50 per cento. Poi ci saranno altri due criteri, inediti, istituiti per dare continuità a quell’idea di recupero delle competenze di base iniziata con il Piano estate. Per il 30 per cento, secondo parametro, peserà il criterio Invalsi, ovvero gli insegnanti saranno dirottati sui territori dove le prove dell’Istituto nazionale di valutazione hanno riscontrato le maggiori sofferenze. Tutto il Sud, quindi, con le punte registrate per Calabria, Campania e Sicilia, l’arretramento della Puglia, le nuove difficoltà di Liguria e Veneto. Serviranno docenti di Matematica, Italiano, Inglese, concentrati nelle medie e, ancor più, nelle superiori. Infine, è in corso un lavoro di mappatura delle aule con studenti numerosi. Ecco, le classi pollaio peseranno – nella definizione della destinazione dei docenti, terzo parametro – per il 20 per cento.

A questo proposito, il decreto che il ministro Patrizio Bianchi ha chiesto al suo staff terrà conto dei plessi scolastici che hanno al loro interno almeno cinque classi con un numero di alunni superiore a quanto stabilito dalla Legge Gelmini. Gli ultimi dati disponibili, anno scolastico 2019-2020, dicono che in Italia ci sono 1.724 classi su 370.000 che superano i numeri consentiti, lo 0,5 per cento: 605 sezioni della scuola dell’infanzia (29 bambini come limite massimo), 312 classi di scuola primaria (27 alunni al massimo), 92 di scuola secondaria di primo grado (28 studenti) e 615 di scuola secondaria di secondo grado (30 alunni). Questi numeri prendono in considerazione le aliquote più alte possibili, ma il ministero dell’Istruzione sta lavorando per abbassare ulteriormente i limiti. Per esempio, se si fissa l’asticella a quota 25 – numero che rappresenta l’indice di deflusso dell’aula previsto da un decreto del 1975 e una classe con 25 alunni, quale che sia il ciclo, è oggettivamente numerosa – le aggregazioni pollaio salgono a 30.829, pari all’8,6 per cento.

Bene, in questo lavoro che vuole portare un maggior equilibrio negli apprendimenti del Paese – per i 112.473 docenti supplenti ci sono 400 milioni di euro nel Decreto sostegni bis – rientra anche la questione Covid vera e propria. Ovvero, nel Piano scuola reso pubblico il 29 luglio si parlava di spinta all’edilizia leggera, la trasformazione delle aree interne di un edificio scolastico. All’Istruzione sono disponibili altri 200 milioni di euro e saranno impiegati su un secondo decreto portato a incentivare i lavori di ristrutturazione. Gli uffici tecnici del MI si sono accorti che, a causa dell’architettura di diversi istituti, nella stessa scuola a classi pollaio possono corrispondere classi sottodimensionate (meno di 15 alunni): una migliore distribuzione degli spazi consentirebbe una migliore distribuzione degli alunni e un maggior rispetto del distanziamento.

La partita “edilizia leggera” può diventare utile anche nello spingere in avanti la didattica della scuola italiana. Nel Piano scuola si parla esplicitamente di “cooperative learning” e “peer tutoring” con gruppi ristretti nati durante il periodo pandemico che potrebbero trovare una riproposizione anche in presenza. 

Le risorse – i 400 milioni del Decreto Invalsi e classi numerose, i 200 milioni del Decreto edilizia leggera – saranno date agli uffici scolastici regionali e i singoli istituti, nella loro autonomia, decideranno come impiegare i docenti di rinforzo. I sindacati stanno spingendo per portare il periodo di contratto dei cosiddetti docenti Covid fino alla fine dell’anno scolastico, ma, per ora, il governo ritiene l’impegno troppo oneroso.

Fonte: Repubblica

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