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Per potere visitare mia madre, ricoverata in una Rsa dei Castelli Romani, da questa settimana dovrò dimostrare la non negatività con un tampone molecolare. Fino al mese scorso bastava il Green Pass; poi anche ai vaccinati è stato richiesto un test rapido e adesso c’è un ulteriore innalzamento delle precauzioni, dettato dall’allerta per la variante Delta Plus che spesso sfugge all’esame antigenico.

Mi rendo perfettamente conto della necessità di proteggere al meglio le persone più fragili di tutte, quelle che hanno subìto il sacrificio maggiore a causa della pandemia e corrono pericoli altissimi. Mi domando però quante famiglie possano sostenere la spesa dei tamponi molecolari: il prezzo nei centri privati non è inferiore a 60 euro e ovviamente la sanità pubblica non prevede esami per questi fini. Il che significa almeno 240 euro al mese per incontrare un genitore una sola volta a settimana. Senza contare le code per realizzare questo test, possibile esclusivamente in orari lavorativi, che – come ho sperimentato – superano le due ore.

Così si rischia di introdurre un nuovo isolamento forzato per gli anziani ospiti delle Rsa: torna a materializzarsi quel lockdown degli affetti che è durato mesi troppo lunghi durante le precedenti ondate del Covid. Nel mio caso, poi, la visita viene permessa soltanto indossando indumenti protettivi completi, dalla testa alle scarpe, negando anche la possibilità di una carezza senza guanti di plastica: restano la voce e gli occhi per continuare a sentirsi uniti, seppure per meno di un’ora. Ma, con una madre bloccata su un letto, so di non avere alternative.

Rimango convinto però che questo Paese non sia ancora riuscito ad affrontare in maniera seria la questione delle strutture a cui affidiamo i nostri vecchi, dotandole di spazi sicuri e umani dove mantenere un rapporto diretto con le famiglie, importante e vitale quanto le cure. Quante altre clausure dovranno passare prima che venga introdotta una soluzione stabile?

Fonte: Repubblica

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