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Il pericolo pubblico numero uno è diventato sceriffo. Serajuddin Haqqani, l’uomo che negli ultimi anni ha lordato la terra dell’Afghanistan col sangue delle sue vittime, è il nuovo ministro dell’Interno dell’Emirato islamico. “Nato nel 1973, forse”, recita la scheda dell’Fbi che già nel 2014 offriva una ricompensa di 5 milioni di dollari a chiunque avesse informazioni utili alla cattura. Capelli: neri, altezza: 170 cm, peso: 68 chilogrammi, pelle del viso: chiara e rugosa, nazionalità: pashtun afghano, status: fuggitivo.

“È uno dei capi del gruppo terroristico Rete Haqqani, fondato da suo padre Jalaluddin. Ha legami stretti con Al Qaeda. Serajuddin ha ammesso di aver organizzato l’attentato all’hotel Serena di Kabul (14 gennaio 2008, 6 morti) e il tentato omicidio dell’ex presidente Karzai. Si ritiene che sia nascosto nelle aree tribali del Pakistan”. Per l’Occidente, il suo è il nome più indigeribile, l’ostacolo più grande sulla via del riconoscimento del governo talebano.

“Come Cosa Nostra”

“Simile alla mafia siciliana, la Rete Haqqani ha un’organizzazione ibrida con una natura insieme politica e criminale”, scrivono gli analisti del think tank newyorkese Combating Terrorism Centre. “I suoi leader appaiono mossi da vendetta e l’ideologia. Come le famiglie di Cosa Nostra, la Rete Haqqani è basata sul clan e i vertici sono legati da vincoli di sangue. Opera in modo semi autonomo dentro la più vasta confederazione talebana”.

Jalaluddin Haqqani, il fondatore della Rete terroristica

Serajuddin è figlio di Jalaluddin, il capostipite degli Haqqani e comandante mujaheddin tra i primi a imbracciare le armi contro i sovietici negli anni Settanta. Jalaluddin si addestra nei campi di Miran Shah, nel Waziristan del Nord, insieme con i militari pachistani del Frontier Corps.

Ufficialmente fa parte della fazione del partito islamista Hizb-I Islami guidata da Yunis Khalis, per questo riceve finanziamenti, in chiave anti-russa, dalla Cia e dall’Arabia Saudita. “Ma Haqqani ha un solo vero referente in quel periodo ed è l’Isi (Inter-services intelligence, ndr) il servizio segreto pachistano”, ricordano i notabili del Waziristan.

La storia degli Haqqani è legata a doppio filo al Pakistan. Alla madrassa Dar ul Uloom Haqqania (da cui deriva l’appellativo della famiglia) ad Akhora Khattak, mezz’ora di auto da Peshawar, ancora si ricordano dei due famigerati studenti. Sia Jalaluddin, sia Serajuddin, infatti, hanno frequentato questa scuola coranica deobandi che oggi conta più di 5.000 alunni.

Protettore di Bin Laden

I legami con Osama Bin Laden sono documentati. È grazie all’aiuto di Bin Laden e dei fondi arabi che Jalaluddin costruisce il complesso di cave e tunnel sulle montagne di Zhawara, nella provincia afghana di Khost, deposito di armi e munizioni dove i jihadisti hanno imparato a uccidere e i foreign fighter hanno trovato ricovero. In cambio Bin Laden ottiene da Haqqani il permesso di gestire i propri campi di addestramento, che di lì a poco saranno l’incubatore dell’attentato dell’Undici Settembre.

Quando i talebani prendono il potere in Afghanistan nel 1996 chiedono a Jalaluddin di entrare nella compagine di governo come ministro degli Esteri. Il capostipite accetta a condizione però di non trasferirsi a Kabul e rimanere nel quadrante a cavallo della frontiera e delle aree tribali Loya Paktia-Waziristan-Peshawar-Khost, dove la Rete Haqqani aveva, e tuttora ha, terreni, madrasse, attività commerciali, immobili. Tutto schermato dietro prestanome, alla maniera delle mafie.

Serajuddin, l’amministratore delegato del terrore

In vecchiaia, Jalaluddin (morto nel 2018) cede progressivamente le redini a Serajuddin, detto “Seraj”, che ne diventa – secondo l’azzeccata definizione del Combat Terrorism Centre – l'”amministratore delegato”. Seraj teorizza la stagione degli uomini bomba e delle decapitazioni filmate dei prigionieri.

Organizza attacchi kamikaze a Kabul contro le forze della Coalizione e l’ambasciata indiana (7 luglio 2008, 44 morti), provvede alla raccolta fondi con il traffico di droga, il contrabbando di armi, i sequestri. L’autonomia finanziaria lo mette in una posizione privilegiata all’interno dello schieramento talebano.

L’attacco suicida alla base operativa della Cia a Camp Chapman (30 dicembre 2009, 7 agenti uccisi) segna il passaggio del testimone da Jalaluddin a Serajuddin. La strage è rivendicata sia dalla Rete Haqqani, sia dal Ttp i talebani pachistani, a testimonianza, dunque, che il clan ha stretto legami non solo con Al Qaeda.

Nel 2013 il fratello di Serajuddin, Nasiruddin, è ucciso a colpi di fucile davanti a una panetteria afghana a Bhara Kahu, subito fuori da Islamabad. Lui e un altro figlio di Jalaluddin vivevano a Rawalpindi, fingendosi broker immobiliari. Pare che Serajuddin possegga anche un grosso mobilificio a Rawalpindi.

“Non ne ho mai sentito parlare”, dice a Repubblica Asad Durrani, ex direttore generale dell’Isi. “Il legame con i servizi pachistani non è mai stato forte, al netto del fatto che gli Haqqani gravitano nelle zone tribali e sono vicini. Sono diventati potenti perché hanno fatto parte della resistenza jihadista, ed è grazie a quella scelta che oggi Serajuddin siede sulla poltrona di numero due del regime talebano”.

Fonte: Repubblica

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