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BRATISLAVA – Ha scelto la Slovacchia, un Paese a bordi dell’Europa, per il suo primo viaggio dopo la pandemia e dopo la prima uscita in Iraq del marzo scorso. Due mesi e mezzo dopo l’operazione al Gemelli, Francesco si è mostrato in forma arrivando nel cuore della Mitteleuropa alle prese con crisi economica e rigurgiti di nazionalismi e fondamentalismi identitari. Il popolo l’ha accolto con calore. Questa mattina 50mila persone l’hanno atteso per l’ultimo appuntamento, una messa sulla spianata a fianco del Santuario nazionale di Sastin, a circa 70 km dalla capitale Bratislava.

Non tanto in Slovacchia, quanto in Ungheria e nella vicina Polonia, parte della Chiesa cattolica si mostra contigua ai sovranismi di turno, prendendo posizioni dure sui temi dell’immigrazione e delle aperture sociali. Francesco in questi giorni ha detto la sua in modo chiaro, ricordando come esiste un solo Vangelo, quello che sa aprirsi a tutti, in particolare agli ultimi. L’ha fatto anche con gesti simbolici, come la visita di ieri al Lunìk IX, il “ghetto dei Rom” nella città di Košice. Nel ghetto Francesco ha chiesto integrazione: “Giudizi e pregiudizi aumentano solo le distanze. Contrasti e parole forti non aiutano. Ghettizzare le persone non risolve nulla. Quando si alimenta la chiusura prima o poi divampa la rabbia. La via per una convivenza pacifica è l’integrazione”.

Ancora oggi nell’omelia a Sastin, il vescovo di Roma ha ricordato il cammino del cristiano che come Maria “alla comodità delle abitudini preferisce le incognite del viaggio, alla stabilità della casa la fatica della strada, alla sicurezza di una religiosità tranquilla il rischio di una fede che si mette in gioco, facendosi dono d’amore per l’altro”.

Si tratta di “una fede che si mette in cammino, sempre animata da una devozione semplice e sincera, sempre in pellegrinaggio alla ricerca del Signore”. E, camminando, “vince la tentazione di una fede statica, che si accontenta di qualche rito o vecchia tradizione”: e invece, dice rivolgendosi ai fedeli, “uscite da voi stessi, portate nello zaino le gioie e i dolori, e fate della vita un pellegrinaggio d’amore verso Dio e i fratelli”.

Scegliere la via cristiana significa accettare la “contraddizione”. “Non dimentichiamo questo – dice ancora Francesco –: non si può ridurre la fede a zucchero che addolcisce la vita. Gesù è segno di contraddizione. È venuto a portare la luce dove ci sono le tenebre, facendo uscire le tenebre allo scoperto e costringendole alla resa. Per questo le tenebre lottano sempre contro di Lui. Chi accoglie Cristo e si apre a Lui risorge; chi lo rifiuta si chiude nel buio e rovina sé stesso. Ai suoi discepoli Gesù disse di non essere venuto a portare pace, ma una spada: infatti la sua Parola, come spada a doppio taglio, entra nella nostra vita e separa la luce dalle tenebre, chiedendoci di scegliere. Davanti a Gesù non si può restare tiepidi, con ‘il piede in due scarpe’. Accoglierlo significa accettare che Egli sveli le mie contraddizioni, i miei idoli, le suggestioni del male; e che diventi per me risurrezione, Colui che sempre mi rialza, che mi prende per mano e mi fa ricominciare”.

E quindi le parole forse più significative per chi fra i fedeli si apre a posizioni rigide e di chiusura: “Non si tratta di essere ostili al mondo, ma di essere ‘segni di contraddizione’ nel mondo. Cristiani che sanno mostrare, con la vita, la bellezza del Vangelo. Che sono tessitori di dialogo laddove le posizioni si irrigidiscono; che fanno risplendere la vita fraterna, laddove spesso nella società ci si divide e si è ostili; che diffondono il buon profumo dell’accoglienza e della solidarietà, laddove prevalgono spesso gli egoismi personali e collettivi; che proteggono e custodiscono la vita dove regnano logiche di morte”.

Fonte: Repubblica

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