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Favorevoli: 2.895. Contrari: nessuno. Astenuti: uno. Nella Grande Sala del Popolo di piazza Tiananmen i deputati hanno approvato la bozza di riforma “per migliorare il sistema elettorale” di Hong Kong. Di fatto riducendo ulteriormente la rappresentanza democratica nelle istituzioni della città e introducendo un meccanismo per controllare la fedeltà dei politici a Pechino. La riforma prevede infatti che una commissione giudichi la lealtà “patriottica” di ogni aspirante candidato al Legislative Council, l’assemblea monocamerale.  I termini tecnici della riforma saranno ora elaborati dal Comitato permanente del Congresso e comunicati a Hong Kong nelle prossime settimane.

Le nuove misure modificheranno le dimensioni e la composizione del mini-parlamento di Hong Kong. I deputati passeranno da 70 a 90, con il proposito di diluire il peso dei candidati eletti democraticamente. Attualmente la metà dei 70 seggi è infatti eletta direttamente, una proporzione che si ridurrà con i seggi supplementari scelti dal comitato elettorale. L’altra metà rappresenta le industrie, i sindacati e le professioni: tutte figure pro-Pechino. 

In più, il peso dei componenti pro-Pechino salirà nella Commissione elettorale, il cui compito è la scelta del governatore, portandoli da 1.200 a 1.500.

Da Pechino, nella conferenza stampa a chiusura dei lavori dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il premier Li Keqiang ha difeso la modifica del sistema elettorale che assicurerà il governo della città “solo ai patrioti”, rafforzando il modello “un Paese, due sistemi”, quello con cui l’ex colonia e il governo centrale regolano i loro rapporti dal 1997, anno della restituzione di Hong Kong da parte della Gran Bretagna.

L’approvazione finale della revisione elettorale è arrivata nove mesi dopo l’imposizione da parte di Pechino della legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, in una mossa controversa per impedire il ripetersi delle proteste anti-governative e anti-cinesi, spesso violente, del 2019.

Per permettere alle modifiche di essere implementate, scrivono alcuni media di Hong Kong, le elezioni parlamentari previste per il prossimo autunno potrebbero essere rinviate al 2022.

Le prime critiche sono arrivate da Londra. “E’ l’ennesimo passo di Pechino per svuotare gli spazi del dibattito democratico a Hong Kong”, ha denunciato il ministro degli Esteri Dominic Raab accusando Pechino di violare “le promesse da essa stessa sancite. “Questo può soltanto minare ulteriormente la fiducia nella Cina sul rispetto dei suoi impegni internazionali”, ha aggiunto.

Anche gli attivisti pro-democrazia di Hong Kong si sono fatti sentire scrivendo alla presidente della Commissione europea, Ursula von Der Leyen, per chiedere all’Ue di non ratificare l’accordo sugli investimenti raggiunto con Pechino fino a quando la Cina non avrà ritirato la legge sulla sicurezza nazionale e le restrizioni sui candidati alle elezioni.  “Considerato il fatto che Pechino è impegnata a riscrivere il sistema elettorale di Hong Kong in aperta violazione degli obblighi internazionali previsti dalla Dichiarazione Congiunta sino-britannica, sta compiendo arresti di massa e processi a carico di deputati ed attivisti pro-democrazia ai sensi della draconiana legge sulla sicurezza nazionale e sta violando le libertà fondamentali garantite sia dalla Legge fondamentale che dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, non vediamo come l’Ue possa procedere con la ratifica di questo trattato sugli investimenti”, scrivono i 24 firmatari, 13 dei quali in esilio. La lettera, ottenuta attraverso Hong Kong Watch, è co-firmata da importanti attivisti tra cui Ted Hui, Lam Wing-kee, Brian Leung, Nathan Law, Joe Tay, Ray Wong, Glacier Kwong, Finn Lau, Simon Cheng e Joey Siu. “È semplicemente assurdo – vi si legge – che l’UE si aspetti che la Cina rispetti gli obblighi derivanti da un nuovo trattato bilaterale sugli investimenti, quando sta apertamente ignorando i suoi attuali impegni nei confronti della comunità internazionale a garanzia dell’autonomia e le libertà del popolo di Hong Kong”.

Del resto il presidente Xi Jinping lo aveva già detto la settimana scorsa che la città teatro delle proteste contro il regime doveva essere governata da “patrioti”. Ieri molti analisti si sono soffermati sulla presenza di ben due tazze di tè davanti alla postazione del leader, mentre gli altri membri del Politburo ne avevano solamente una. “Ren zou, cha liang”, recita un vecchio proverbio cinese: “Quando una persona se ne va, il tè si raffredda”. Il prossimo anno scadrà il mandato di Xi, ma dopo l’abolizione dei limiti di mandato adottata nel 2018, il presidente non ha intenzione di lasciare. Sarà per questo che davanti a lui sono apparse due tazze di tè? “Era come dire – ha scritto Nikkei Asia – che non solo il tè di Xi non si raffredda, ma c’è un’altra tazza di tè caldo che lo aspetta”.

Fonte: Repubblica

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