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favicon 1500 - Stati Uniti, grazia al clan e vendette. Le ultime mosse di Trump

NEW YORK – Quante grazie presidenziali concederà Donald Trump prima di uscire di scena? Il mistero appassiona Washington. Tutti i presidenti hanno utilizzato lo strumento costituzionale del “perdono”; alcuni lo hanno usato male; Trump riuscirà a stabilire un nuovo record? Proteggerà il suo intero clan familiare con un perdono a tutto campo, in vista di future battaglie nei tribunali? Arriverà all’estremo di graziare se stesso, un gesto che pochi costituzionalisti considerano lecito? Il tempo stringe ormai.

I 50 Stati Usa devono certificare l’elezione entro il 14 dicembre, Trump ha accennato alla possibilità di andarsene quel giorno stesso se il verdetto gli è sfavorevole, anziché attendere l’Inauguration Day del 20 gennaio. Poi la palla passerebbe al suo vice Mike Pence. Potrebbe essere quest’ultimo a graziare Trump. Come fece Gerald Ford a vantaggio di Richard Nixon, proteggendolo così dai seguiti giudiziari dello scandalo Watergate nel 1974.

Il Dipartimento di Giustizia sarà fino all’ultimo nell’occhio del ciclone, per il suo ruolo delicato. La tradizione vuole che le pratiche di grazia presidenziale vengano istruite da questo ministero. Ma fra Trump e il suo stesso segretario alla Giustizia, William Barr, i rapporti si sono guastati definitivamente da quando il ministro ha di fatto riconosciuto la vittoria di Biden (“abbiamo indagato sulle presunte frodi e non abbiamo trovato nulla che possa ribaltare il risultato”, ha detto).

Secondo il New York Times, Trump starebbe meditando una grazia a tutto campo in favore dei suoi tre figli maggiori (Donald Jr, Eric e Ivanka), di suo genero Jared Kushner, e del suo legale Rudolph Giuliani, per proteggerli con uno scudo penale dopo il termine del suo mandato. Intanto il Dipartimento di Giustizia ha avviato indagini per un sospetto di tentata corruzione: qualcuno avrebbe offerto a Trump una generosa donazione ad agosto, per ottenere la grazia di una persona incriminata e già in carcere. Viene in mente il precedente di Bill Clinton che perdonò un ricco donatore delle sue campagne elettorali, il finanziere Mark Rich, scappato all’estero perché inseguito da indagini per evasione fiscale.

Su un altro fronte Trump medita rappresaglie contro i social media. Il Congresso abolisca lo scudo legale che protegge i social media dalla responsabilità sui contenuti, altrimenti non firmo il bilancio della Difesa: è questa la vendetta che il presidente minaccia ai danni di Facebook e Twitter, colpevoli di averlo censurato in campagna elettorale.

Con un gesto azzardato, perché questo presidente è stato prodigo di finanziamenti ai militari, Trump tenta di forzare la mano al Congresso su un tema che non ha alcun legame con la difesa. Sa che il Pentagono è quasi intoccabile, i suoi budget di solito vengono votati sia dai repubblicani che dai democratici.

È un gesto estremo, ma astuto: l’irresponsabilità legale dei social è anacronistica e controversa, è un privilegio che li distingue da tutti i media tradizionali. Trump intima al Congresso di aggiungere alla legge sul bilancio della difesa (740 miliardi di dollari) l’abrogazione della Sezione 230 del Communications Decency Act. Quest’ultima è una legge di 24 anni fa, all’alba di Internet, che esonera i giganti digitali dalle responsabilità civili e penali per i contenuti che diffondono.

“Quella legge – ha twittato Trump – è un regalo degli Stati Uniti a Big Tech, è assistenzialismo per capitalisti!”. In un altro passaggio il presidente ne fa addirittura una questione di sicurezza nazionale e perciò giustifica il legame con il budget della Difesa. Più volte la sua Amministrazione, così come tanti repubblicani al Congresso, hanno accusato i social media di avere operato censure solo ai danni della destra.

 

Fonte: Repubblica

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