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000617169 cec64714 8e86 4b68 9a95 e3cd1b5af067 - Stati Uniti: la battaglia per salvare "NamUs", il database delle persone scomparse

NEW YORK – Seicentomila persone svaniscono nel nulla, ogni anno, negli Stati Uniti, ma c’è una scomparsa che può racchiuderle tutte: quella del NamUs, National Missing and Unidentified Person System, che rischia la chiusura. Nato nel 2007 il NamUs è un servizio investigativo, di supporto per le famiglie e il più grande database di persone scomparse utilizzato da studi legali, detective e agenzie federali. In tredici anni, grazie a questo archivio digitale sono stati risolti 2.700 casi e identificati più di duemila corpi. Nel sistema sono raccolte decine di migliaia di storie il cui puzzle è incompleto.

La parola “missing”, scomparsi, che ha segnato la fortuna di serie televisive come Senza traccia o Gone, qui è fatta di storie vere. Il destino del database più famoso d’America viene raccontato da Undark.org, testata giornalistica indipendente noprofit. “Non posso immaginare di lavorare senza”, ammette l’antropologo forense Bruce Anderson, che collabora con il tribunale di Pima County, Arizona.

Lui e altri colleghi sono rimasti spiazzati quando la University of North Texas Center for Human Identification ha annunciato, all’improvviso, la fine della collaborazione, avviata nel 2011, con il dipartimento americano della Giustizia. Non verranno più raccolti documenti forensi, dati sulle persone scomparse e aggiornamenti sui casi insoluti. Il motivo, ha spiegato l’università, è la mancanza di fondi, scesi da più di 7 milioni di dollari l’anno a circa 4. Su Facebook è nato un gruppo di sostegno, mentre la scrittrice americana di gialli Jan Burke, autrice della saga con protagonista la reporter Irene Kelly, ha lanciato un appello a fare qualcosa “o queste famiglie verranno uccise un’altra volta”.

Il nuovo corso doveva scattare l’1 gennaio ma è stata trovata, all’ultimo momento, una proroga fino a settembre. Dopo, però, se non interverranno fatti nuovi, il servizio potrebbe cessare in modo definitivo.

Restano nomi, identikit e due numeri: 100mila e 40mila. Il primo si riferisce ai casi che apparvero nel 2007, con la raccolta dei primi dati che risalgono fino agli anni ‘60. Alla fine del 2019, l’Fbi disse che il numero di persone scomparse era superiore agli 87mila. Quarantamila, invece, indica il numero di resti umani tutt’ora conservati nelle celle frigo degli obitori d’America e non ancora identificati.

Ogni anno negli States vengono rinvenuti 4.400 corpi, di cui almeno un migliaio resta senza nome a distanza di un anno. È la più grande e silenziosa strage di massa che si consuma, quotidianamente, in Usa. Ogni caso coinvolge, per vincoli di parentela e affettivi, almeno cinque persone.

Alcune comunità sono colpite più di altre: il 16 per cento dei “missing” riguarda afroamericani, nonostante i neri rappresentino solo il 13,4 per cento della popolazione. I bambini neri spariscono a un ritmo più alto rispetto a quelli bianchi, ma hanno meno copertura mediatica.

Lo stesso trattamento di disparità, secondo Undark.org, riguarda i nativi dell’Alaska e i nativi americani. L’unico posto dove i casi sono considerati allo stesso modo è nel database di NamUs.

Uno dei casi risolti grazie al sistema di ricerca riguarda quello di un ragazzo trovato decapitato lungo il fiume Colorado, circa vent’anni fa. Il corpo era stato seppellito in una fossa comune nella contea di La Paz, in Arizona. I tecnici forensi raccolsero alcuni dati, come i tatuaggi trovati sul corpo, e li inserirono nell’archivio digitale. Poco tempo dopo, la sorella dell’uomo, dopo aver letto su una rivista la storia di NamUs, decise di andare sul sito e fare una ricerca. Trovò informazioni sul tatuaggio, identico a quello che il fratello si era fatto su un braccio. La donna inviò ai tecnici dell’organizzazione una polaroid con il disegno tatuato. L’esame dei denti e delle impronte digitali confermò l’identità del corpo.

Il caso di Leona Kinsey ha seguito un percorso diverso: dopo la sua misteriosa scomparsa in Oregon, nel ’99, la figlia, Carolyn DeFord, lanciò un appello perché venissero avviate ricerche a tappeto, ma senza successo. Otto anni dopo, la donna ricevette la telefonata da un investigatore a cui era stato assegnato il caso.

Il detective le parlò di NamUs. DeFord mandò campioni di Dna. Ora i dati della madre sono registrati nell’archivio, anche se nessuno è ancora in grado di capire cosa le sia successo. Ma se c’è una speranza di trovare, finalmente, una spiegazione, è nel database. Chiuso quello, ci sarà solo la certezza di un dolore senza risposta.

Fonte: Repubblica

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