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“Oggi la mafia non appare così grave come un tempo, complice il fatto che si spara di meno, ci sono meno violenze. C’è la percezione che sia diventato un problema tra i tanti, ma non è così e questa normalizzazione è inquietante”. Lo ha detto il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, a Calimera nel corso della commemorazione di Antonio Montinaro, caposcorta del giudice Giovanni Falcone, morto nella strage di Capaci. Montinaro è nato e cresciuto nella cittadina in provincia di Lecce.

“Oggi – ha proseguito don Ciotti – le mafie sono forti invece, sono globalizzate, con nuove forme di investimenti sulle piazze d’affari di mezzo mondo, capaci di usare con grande intelligenza le nuove tecnologie. Oggi c’è la necessità che la memoria ancora viva del sacrificio di questi ragazzi debba tradursi in responsabilità ed impegno quotidiani. Chiediamo alla politica di fare la sua parte con politiche che rispondano ai bisogni reali delle persone. Ma anche noi, come cittadini siamo chiamati a essere più attenti e più responsabili. La parola d’ordine – ha concluso – è rigenerarsi, perché se non ci rigeneriamo, degeneriamo”.

Alla cerimonia ha partecipato tra gli altri anche il presidente della Regione Michele Emiliano.”Questa commemorazione che per noi è diventata ormai un momento familiare – ha detto – vuole essere anche il segno di una regione impegnata quotidianamente a combattere ogni forma di illegalità. La mafia oggi si evolve, segue la società, si adatta agli spazi che gli lasciamo, ed è per questo che gliene dobbiamo lasciare pochi, impedendo che faccia pedagogia mafiosa come accadeva trent’anni fa quando l’agire da mafioso diventava un modello per i giovani”.

“Arrivo in Salento da Foggia – ha aggiunto Emiliano – dove oggi abbiamo incoraggiato la città in un momento difficile, e ora sono qui a commemorare un fratello, Antonio Montinaro, orgoglio della Puglia, e un magistrato, Giovanni Falcone, di cui si dice tanto ma di cui non si racconta mai il contributo che ha dato alla legislazione antimafia e che si dovrebbe imparare e studiare. A lui – ha concluso Emiliano – dobbiamo la nascita della direzione nazionale antimafia, delle distrettuali, il teorema che guardava a Cosa Nostra come a un’organizzazione criminale unitaria, e le legislazioni sui pentiti nate in quel periodo”.

Fonte: Repubblica

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