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KHARTUM – Nuovi terribili crimini emergono dal conflitto sudanese: almeno 250 persone sono state uccise nelle ultime 48 ore nella regione occidentale del Darfur, e più di mille case date alle fiamme. Le autorità sudanesi sostengono che le vittime siano la conseguenza di scontri tra pastori arabi armati e le popolazioni delle Jebel Moon mountains, vicino al confine con il Ciad. Ma il Sudan liberation movement, gruppo politico che non ha mai voluto firmare gli accordi di pace con i militari, accusa le Rapid support force, braccio armato del Consiglio sovrano guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan. La repressione si è intensificata in vista delle proteste di oggi, organizzate nelle più importanti città darfuriane.

“Siamo di fronte a una vera e propria resa dei conti per il dissenso manifestato contro il colpo di Stato del 25 ottobre. Ci sono morti anche in altre città del Darfur, Geneina, Kutum… vogliono fermare la rivoluzione” afferma Wahid Alnour, leader del movimento. A confermare la notizia dei massacri Omar Abdelkarim, commissario per gli aiuti umanitari del Sudan nello stato del Darfur occidentale. “Circa 16 villaggi sono stati completamente bruciati” ha sottolineato il funzionario sudanese. Alcune persone sono fuggite a ovest in cerca di sicurezza, oltrepassando il confine con il Ciad.

Il Darfur ha una lunga storia di instabilità e violenze. Dal 2003 è devastato da una guerra civile che ha visto i ribelli delle minoranze etniche contrapporsi al governo di Omar Hassan al-Bashir, l’ex presidente – dittatore del Sudan. Secondo le Nazioni Unite, più di 300 mila persone sono morte e 2 milioni e mezzo di persone sfollate. Al-Bashir, per i crimini in Darfur, ha su di sé un mandato di arresto pendente della Corte penale internazionale che lo accusa di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.

Nonostante il conflitto principale in Darfur sia circoscritto in poche aree della regione, dopo un accordo di pace raggiunto lo scorso anno tra il Consiglio sovrano e i principali gruppi ribelli a Juba, la regione è ancora invasa dalle armi e la violenza spesso scoppia per l’accaparramento delle terra e per l’accesso all’acqua. L’anno scorso in Darfur si è conclusa una missione di pace delle Nazioni Unite, l’unico argine alle violenze delle milizie che spadroneggiano nella regione.

Gli ultimi scontri avvengono in un contesto di turbolenze politiche, mentre il Sudan vacilla per le conseguenze del colpo di Stato del mese scorso che ha suscitato un’ampia protesta in tutto il Paese. Domenica scorsa, il primo ministro Abdalla Hamdok deposto e sottoposto agli arresti domiciliari, è stato liberato e reintegrato dopo aver firmato un’intesa con il generale Buchan che è stata classificata dalle Forze della libertà e del cambiamento, la coalizione di esponenti della società civile parte della transizione post-Bashir, come il tentativo di legittimare il colpo di stato del 25 ottobre. In Darfur, come in tutto il Paese, la rivolta verso l’accordo è stata immediata e gran parte della popolazione sudanese non accetterà mai quello che definisce il “governo del tradimento”.

Fonte: Repubblica

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