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Solo tre anni fa nelle campagne di Bati Kot, nella provincia di Nangarhar, i civili combattevano contro l’Isis insieme ai talebani e all’esercito regolare afgano. A pensarlo oggi, sembra fantascienza.

Suileiman Sha Khpalwak è il governatore del distretto e il capo della milizia di zona, uno dei gruppi armati tornati protagonisti in Afghanistan dopo l’inizio dell’offensiva dei talebani lo scorso maggio: «Il Profeta ci ha insegnato a rispettare gli avversari, l’Islam ha le sue leggi e anche la guerra le ha. I talebani non rispettano né le une né le altre e noi non rispettiamo loro. Quando una parte del corpo si infetta, se rischia di trasmettere l’infezione all’intero corpo va tagliata via».

Il gruppo armato di Bati Kot conta seicento uomini, un piccolo esercito semi-regolare, finanziato ufficialmente da notabili locali ma da tempo anche sostenuto dai servizi segreti, come le altre milizie.

«Gli anziani del distretto hanno reclutato i giovani migliori, rispettando le famiglie: se ci sono due figli maschi, solo uno va a combattere. Se muore e si aggiunge alla lista dei nostri martiri, almeno resta un uomo in famiglia». Il veicolo attraversa strade brulle di campagna, le coltivazioni circondano case di terra, gli uomini salutano in segno di rispetto.

223846581 989cea92 32a1 49df a5ec 9b161f3328af - Sul fronte Kabul con le milizie anti talebani

Sha Khpalwak scende dal veicolo scortato dai suoi uomini armati, è il primo dei sette check point del distretto. I talebani sono a pochi chilometri di distanza.
Il governatore sostiene ancora il fragile governo di Ghani, «all’inizio non si fidavano, ora non possono fare a meno di noi», e non critica il ritiro delle truppe americane: «Non potevano restare qui per sempre. Li abbiamo ringraziati per essere venuti, ora li ringraziamo per essersene andati. Il ritiro delle truppe americane è un’opportunità, non una sciagura».

Opportunità. Lo ripete, animatamente, mentre i suoi uomini non riescono a nascondere lo scetticismo. Le notizie che arrivano dalle province assediate non sono buone. Cade Kunduz, cade Herat, la terza città più grande dell’Afghanistan. Cade Ghazni il capoluogo di provincia distante solo 150 chilometri da Kabul che si trova sul principale asse che collega la capitale a Kandahar. I talebani attaccano Wardak e Logar, a poche decine di chilometri da Kabul.

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Prendere Ghazni significa tagliare le linee di rifornimento dell’esercito. Ma è anche un passo avanti nell’accerchiamento della capitale invasa negli ultimi giorni da un flusso ininterrotto di sfollati in fuga dai combattimenti. 25 mila in pochi giorni.

Mentre l’esercito viene sconfitto o diserta, sono le milizie a restare a combattere, come quella di Sha Khpalwak, che presidia la strategica strada che da Kabul, passando per Jalalabad, conduce in Pakistan: «Non chiamateci milizie – dice – siamo forze di resistenza. E questa non è una guerra civile. Definirla una guerra civile fa comodo all’Occidente e ai talebani. È vero, siamo tutti afgani, ma la nostra è una guerra santa contro la guerra dei traditori».

Nonostante venti anni di addestramento le forze armate afgane non sono riuscite ad arginare l’avanzata dei gruppi talebani; e il governo di Ashraf Ghani, inizialmente recalcitrante a chiedere supporto ai vecchi signori della guerra, si è dovuto arrendere.

230504751 4146813a 8b95 4536 a339 7ac1fe034b37 - Sul fronte Kabul con le milizie anti talebani

L’11 agosto ha lasciato il Palazzo Presidenziale e si è recato a Mazar-e-Sharif per incontrare due signori della guerra, Abdul Rachid Dostum e Mohamed Atta Noor, già protagonisti in passato dell’Allenza del Nord, la coalizione di forze creata nel 2001 per contrastare i talebani.

È evidente che il presidente Ghani consideri i colloqui di pace con i talebani ormai un capitolo chiuso e stia cercando di cooperare con i signori della guerra per rafforzare la protezione di Kabul e rallentare un eventuale attacco alla capitale.

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Ma se oggi la loro presenza sembra necessaria, è sul futuro che ci sono interrogativi aperti: «L’Afghanistan ha già avuto esperienze di milizie in passato e non sono state positive. È da queste milizie che sono nati i signori della guerra che hanno accumulato ricchezze, e diffuso pratiche corruttive – dice Fahim Sadat, capo del Dipartimento di relazioni internazionali alla Kardan University di Kabul – Ora assistiamo di nuovo a una mobilitazione popolare. Ma se il governo dovesse cadere, le milizie avranno nuova linfa e rischiamo di tornare a trent’anni fa: il Paese isolato dal mondo e i signori della guerra che la fanno da padroni». I volti, infatti, sono gli stessi di venti anni fa: Abdul Rashid Dostun, il generale uzbeko noto per la sua ferocia verso i nemici che ha riformato un gruppo armato e dichiarato che i suoi uomini combatteranno fino all’ultima goccia di sangue; o Ismail Khan, che solo pochi mesi fa ha annunciato di avere il supporto di 500 mila persone per combattere i talebani e ieri è stato fotografato con un gruppo di talebani a Herat. Difficile stabilire quale delle indiscrezioni di queste ore sia vera, se il suo arresto o il suo cambio di casacca. Certamente il futuro prossimo della capitale Kabul e quello del Paese dipenderanno anche dalle alleanze che le milizie locali decideranno di stringere, dipenderanno cioè dai loro obiettivi: se lotteranno per difendere il governo o i loro feudi di potere e di interesse.

Con la capitale che rischia di essere sotto assedio in pochi giorni, la locuzione “colloqui di pace” viene usata con sempre maggiore parsimonia.

I miliziani, sul campo, sono sicuri che ministri e funzionari si metteranno in salvo, lasciando il Paese prima di essere catturati.

«Resteremo noi a combattere e ci riprenderemo l’Afghanistan» dice Abdul Qaher, uno dei giovani soldati della milizia di Bati Kot, 28 anni. Suo padre, Mohamad Taher Darwish, coordinava 350 uomini, è stato ucciso da un agguato dei talebani.

Lui, dunque, è meno moderato del governatore. «Opportunità? Gli americani hanno firmato l’accordo con i talebani senza coinvolgere il governo e li hanno rafforzati. Non sono cambiati dal 2001. E sono sempre qui, e quindi: qual è il risultato di cui si vantano gli americani?».

Per Abdul Qaher non esiste negoziazione possibile, né potere condiviso: «Per parlare bisogna smettere di combattere. Ora stiamo combattendo, non è più il momento delle parole di questa che è già una guerra civile: guardati intorno, non c’è altro modo per descriverla».
Francesca Mannocchi è a Kabul per una serie di reportage per conto dell’Espresso
Foto di  Alessio Romenzi

Fonte: Repubblica

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