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210125890 22cd8aa6 68fa 46dc a933 9eceae9bc83e - Svolta in Mozambico: soldati ruandesi contro i gruppi jihadisti

La guerra in Mozambico contro il gruppo estremista islamico Ansar al Sunna al Shabaab è alla prima vera svolta dal 2017. Grazie all’esercito di un attore imprevisto: il Ruanda. Dopo aver negato il conflitto e impedito che le notizie superassero i confini nazionali, tappando la bocca a giornalisti e vescovi, il presidente Filipe Nyusi ha chiesto aiuto alla comunità internazionale.

Ma mentre l’Unione europea approvava la missione di 120 unità per l’addestramento (in arrivo tra settembre e ottobre) e il blocco dei Paesi sudafricani, Sadc, litigava su chi dovesse assumere il comando, mille soldati ruandesi sono arrivati in sordina il 9 luglio nella provincia in guerra di Cabo Delgado. In un mese, l’esercito dell’uomo forte d’Africa, Paul Kagame, è riuscito dove Nyusi ha fallito per anni, nonostante l’aiuto di mercenari russi e sudafricani, ora sotto inchiesta per crimini contro l’umanità. Il portavoce dell’esercito ruandese, Ronald Rwinga, riferisce che sono stati uccisi 70 estremisti, e che in questi giorni hanno accerchiato l’ultima roccaforte dei terroristi Shabaab (nulla a che fare con i jihadisti somali), Mocimboa da Praia, città simbolo dell’avanzata jihadista. La liberazione della cittadina-porto del Nord, potrebbe significare l’inizio della fine del conflitto.

Il singolare intervento ruandese sulla scena politica del Mozambico, segue di due mesi la visita storica di Emmanuel Macron a Kigali. Quella in cui il presidente francese ha ammesso la responsabilità di Parigi nel genocidio in Ruanda del 1994. I soldati di Kagame sono stati i primi a mettere piede a Cabo Delgado, schierandosi nella penisola di Afungi, sede della francese Total. Nessuno sapeva. Non il Parlamento, non l’opposizione. Nyusi ne ha fatto cenno il giorno stesso, senza dare troppi dettagli.

In 4 anni i morti sono più di 3mila, 50 i decapitati e oltre 800mila gli sfollati. Vittime di una guerra che si sta svolgendo in un territorio lontano duemila chilometri dalla capitale Maputo, che vale almeno 20 miliardi di dollari grazie ai giacimenti di gas naturale liquefatto. Risorse inesauribili appaltate ai giganti internazionali quali Eni, Total ed ExxonMobil, i cui proventi vengono accaparrati dalle élite locali: il popolo non ne vede neanche l’ombra. Il malcontento è cresciuto di pari passo con la scoperta di nuovi giacimenti, creando sacche di frustrazione e rabbia: ingredienti ideali per aggregarsi all’insurrezione.

Conflitto locale o internazionale? Gli Shabaab sono o non sono affiliati all’Isis? Gli Usa li hanno già catalogati: gruppo terroristico internazionale, Isis-Mozambico, che fa capo ad Abu Sulayfa Muhammad. Hanno le prove. Ricercatori e analisti non ne sono così sicuri. Dotati di granate, kalashnikov e armi antiaeree, gli estremisti si spostano in moto, bruciano villaggi e decapitano a colpi di machete.

Nel 2019 sono entrati in contatto con il ramo africano del Califfato, sventolandone la bandiera nera a Mocimboa, ma non si fanno saltare in aria e non hanno mai sposato le rigide regole salafite applicate dall’organizzazione jihadista. Questa forse, la ragione della rottura: a metà 2020 i due gruppi interrompono i legami.

È vero che l’Isis ha rivendicato l’assedio di Palma di marzo. Ma il video postato come prova era un fake: risaliva a un anno prima. Joseph Hanlon, giornalista e ricercatore britannico, tra i massimi esperti di Mozambico, sostiene che l’affiliazione è un bluff di comodo. Il movimento estremista è locale, in risposta a una situazione drammatica di scompenso sociale di cui il Califfato ha approfittato.

La forza militare, con buone probabilità, farà piazza pulita dei ribelli. Rimane il fallimento di uno Stato che tranquillizza le multinazionali con gli eserciti, ma non è ancora in grado di salvare la sua popolazione dalla rabbia generata dalla miseria.
 

Fonte: Repubblica

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