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BANGKOK – Il rituale della prostrazione ai piedi di re, nobili e “superiori” è stato imposto in Asia per secoli prima della sua scomparsa con l’avvento delle moderne democrazie. Anche la Thailandia lo abolì quasi 150 anni fa con l’apposito editto di un re liberale di nome Chulalongkorn (Rama V) che contemporaneamente eliminò anche la schiavitù per “la felicità del popolo”. Ma dal 1957 la pratica è tornata in uso quando un generale golpista decise di ristabilire il potere indebolito della monarchia associandolo a quello dell’esercito. Da allora non solo sudditi, cortigiani e funzionari di rango inferiore devono abbassarsi e strisciare in presenza del re o della regina, ma perfino gli studenti al cospetto di presidi, corpo insegnante e genitori durante le cerimonie di “ringraziamento” per l’educazione ricevuta.

thailandia gli studenti si ribellano al rito della prostrazione e disumano - Thailandia, gli studenti si ribellano al rito della prostrazione: "È disumano"

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Contro questa usanza definita dall’editto di Rama V una “fonte di grave oppressione” si è mossa – per la prima volta nella storia moderna del Regno – una parte consistente di studenti ed ex diplomati della Bangkok’s Bodindecha School, un istituto superiore con 5000 iscritti, intitolato a un generale che difese i re dell’antico Siam contro le teste coronate del vicino Laos. Nonostante l’inedita ribellione sia limitata per ora a una sola istituzione e a poco più di 1200 firmatari della petizione presentata una settimana fa al preside, un’altra scuola, la Satri Rachinuthit, ha già annunciato di volersi unire alla campagna estesa ai social media.

L’hashtag #AbolishProstration lanciato su Twitter sta ottenendo un seguito sempre più vasto, soprattutto in questo momento di severe restrinzioni e distanziamento sociale nelle scuole che hanno ripreso le lezioni a luglio dopo la chiusura per il Covid 19. Allungandosi a terra sul pavimento, a stretto contatto gli uni con gli altri, aumentano i rischi di contagio per ragazzi e ragazze.

Nella memoria dei Thai, e perfino fuori dal Regno, sono sempre vive le immagini di ministri, nobili, mogli e concubine carponi di fronte all’attuale re Maha Vajiralongkorn, decimo della stessa dinastia Chakri che pure abolì a fine ‘800 schiavi e rituali e accettò nel 1932 la prima forma di monarchia costituzionale dopo una rivolta del popolo contro gli abusi dell’aristocrazia chiamata in thai “amaat”.

Sebbene le severe leggi contro la lesa maestà impediscano di contestare in pubblico le regole del palazzo reale, nessun organismo istituzionale né il governo guidato da un ex generale golpista hanno finora preso alcun provvedimento contro i “ribelli”, e sui media locali circola più o meno liberamente anche il loro “manifesto” che chiarisce i motivi della rispettosa ma nondimeno rivoluzionaria protesta.

Dopo aver spiegato i rischi igienici di “un contatto fisico diretto con il terreno, fonte di germi e polvere” e ricordato l’editto reale di Rama V mai revocato, i firmatari spiegano che “esistono altri modi oltre alla prostrazione per mostrare rispetto senza opprimere gli studenti (si riferiscono al wai, ovvero le mani giunte come in preghiera con un inchino che varia in inclinazione secondo il grado dell’interlocutore, ndr); nella petizione è scritto anche che l’atto di prostrazione disumanizza gli alunni e che non è una lunga tradizione della scuola come affermato, visto che è stata adottata nel 2013”.

In attesa di vedere se le loro richieste verranno accolte dal corpo accademico della tradizionalista Bodindecha School, molti restano scettici sulla possibilità di un successo quantomeno immediato. Il timore è che il movimento possa riportare in auge i seguaci dell’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, i primi a contestare dieci anni fa certe forme di venerazione, già in disuso per un quarto di secolo dopo le rivolte popolari del ’32 e ritenute anacronistiche anche se diffusamente praticate sotto il lungo regno di Rama IX durato sette decenni.

Per ora molti leader e attivisti delle celebri “camicie rosse” si limitano a supportare timidamente movimenti come quello “contro la dittatura”, altri si sono ritirati dalla vita pubblica, hanno lasciato il Paese o si trovano in carcere. Oppure sono letteralmente scomparsi, come un noto attivista e comico di nome Wanchalearm Satsaksit, prelevato più di un mese fa da un’auto nel centro della capitale cambogiana Phnom Penh dove si era rifugiato in esilio senza che nessuno abbia mai saputo che fine abbia fatto.

Fonte: Repubblica

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