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thailandia il criceto manga hamtaro contro il governo - Thailandia, il criceto manga "Hamtaro" contro il governo

BANGKOK – Il pupazzo-criceto reso popolare dalla serie di manga giapponesi Hamtaro è diventato il nuovo simbolo della lotta per la democrazia in Thailandia. Merito del movimento “Gioventù libera” che ha dato un volto apparentemente più sbarazzino, ma non per questo meno preoccupante per il potere politico thailandese, alle proteste anti-governative di domenica di fronte allo storico e iconico Monumento alla Democrazia, le prime di queste dimensioni dai giorni del colpo di stato del 2014.

La settimana scorsa in duemila avevano sfilato a Bangkok abbigliati di nero con le mascherine anti-Covid intonando rap e canzoni al grido di Get Out, “Andatevene”, rivolto al governo della Thailandia, e copiando il saluto di Hunger games con le tre dita della mano destra alzate, un gesto che in passato era stato punito con arresti e denunce.

Tollerati per timore di incidenti che il governo e l’esercito intendono evitare almeno per il momento, domenica i giovani hanno inscenato una serie di manifestazioni davanti a scuole e uffici pubblici nella capitale e anche altre città del regno

Intonando una revisitazione del ritornello ormai celebre anche fuori dal Giappone del manga Hamtaro, hanno cantato in coro “Il cibo più delizioso sono i soldi dei contribuenti”, sostituendo così i “semi di girasole” citati nei testi delle canzoni della banda di criceti Ham Hams che accompagna Hamtaro nelle sue avventure tratte dalle fiabe-cartoon di Ritsuko Kawai. L’economia in crisi e le accuse di corruzione sono in realtà i serissimi temi sollevati dai manifestanti che con lo stesso motivo musicale gridavano infatti: “Sciogli il Parlamento! Sciogli il Parlamento! Sciogli il Parlamento!”.

La dissoluzione delle due Camere, con il Senato formato da figure nominate dall’ex giunta golpista, è solo una delle richieste, assieme al cambio del governo e alla riscrittura della Costituzione, fatta passare a sua volta con un contestato referendum dalla precedente giunta militare. Non a caso l’attuale primo ministro Prayut Chan Ocha fu anche il generale a capo del colpo di stato incruento del 2014.

“Usiamo tattiche stravaganti – hanno detto i giovani ai giornalisti – ma conosciamo i gravi rischi di sfidare il divieto di raduno per lo stato d’emergenza del coronavirus e il potere dei politici e dei militari”. Tra le richieste degli organizzatori c’è infatti quella di conoscere la sorte di molti dissidenti svaniti nel nulla, come il 37enne Wanchalearm Satsaksit, membro delle “Camicie rosse” dell’ex premier esule Thaksin Shinawatra, spinto dentro un furgone nero nel centro di Phnom Penh in Cambogia e mai più riapparso dai primi di giugno. Negli ultimi anni altri hanno preso la via dell’esilio o li hanno ritrovati morti, come i due attivisti i cui corpi sono affiorati sul Mekong nel 2018 nonostante fossero stati imbottiti di cemento.

Venerdì scorso il capo dell’esercito Apirat Kongsompong aveva attribuito l’ondata di proteste a “una cospirazione politica più ampia”, promettendo pero’ di non interferire salvo “monitorare attentamente questi movimenti”. Anche il primo ministro Chan ocha ha detto di essere “preoccupato”, specialmente “per i genitori dei giovani manifestanti” e ha difeso le leggi di emergenza negando che il loro fine sia quello di erodere le libertà civili.

Chi è sceso in piazza con in testa le orecchie dei criceti e la messinscena dei giocattoli manga esibiti come provocazione conosce la carica sovversiva del loro messaggio e non sembrano temere le conseguenze. “Siamo spaventati, ma per noi è importante iniziare a parlare pubblicamente”, ha detto una studentessa 19enne di nome Jessie. “Dovrebbero usare le nostre tasse per sviluppare il nostro Paese, abbiamo bisogno di cambiamenti”. “Serve una vera democrazia e la libertà per combattere – le ha fatto eco un altro studente in legge di soprannome Bowie – perché questo governo attacca tutti coloro che non sono dalla sua parte”.

Il timore delle loro proteste estese alla gestione delle misure anti-Covid non è solo dei politici e dei militari, bensì anche di molti cittadini che assistono apparentemente confusi al nuovo corso degli eventi che riportano la mente al clima drammatico del 2010 quando l’esercito usò la forza per disperdere le “camicie rosse” assembrate nel centro di Bangkok.

Un clima analogo nelle strade della capitale si è ripetuto nell’anno del colpo di stato seguito ad altri moti di piazza che portarono l’attuale premier a sciogliere il parlamento e a costringere all’esilio la nipote di Thaksin, ex capo del governo contestata da manifestanti con indosso magliette gialle simbolo della fedeltà al vecchio e compianto re Bhumibol Adulyadej o Rama IX.

La presenza della monarchia rappresentata oggi da suo figlio Vajiralongkorn, decimo di una dinastia della fine del 1700, è per ora un elemento ancora unificante e apparentemente estraneo alle vicende politiche. Ma la crisi economica intrecciata a quella della pandemia ha visto letteralmente dissolversi una delle principali fonti di introito, il turismo e posto le basi per un futuro mai così incerto per tutte le istituzioni. Anche se i casi registrati sono stati relativamente pochi e le misure sanitarie meno rigide col passare dei mesi, i redditi delle famiglie meno abbienti si sono drammaticamente ridotti e tutti i commerci hanno risentito del duro colpo, con il baht locale ai minimi da molti anni a questa parte.

Al malcontento dei giovani thailandesi di ogni estrazione sociale si sono associati perfino gli attivisti Lgbt che nei giorni scorsi hanno a loro volta organizzato un raduno davanti al Monumento alla Democrazia per chiedere il diritto al matrimonio tra gay e le dimissioni del premier Prayut.

Agli organizzatori della serie di proteste che non sembrano destinate a finire presto ha rivolto un ultimo appello lo stesso capo dell’esercito. “Vi parlo come cittadino thailandese – ha detto – qualunque cosa facciate, ve ne potrete pentire quando guarderete indietro”.

Fonte: Repubblica

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