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BANGKOK – Dopo la giornata del trionfo che mercoledì ha portato 100mila studenti e attivisti davanti alle porte del Palazzo governativo, travolgendo blocchi e pullman della polizia thailandese, oggi la sfida al primo ministro Prayut Chan Ocha e al re è stata rilanciata nel cuore commerciale della capitale Bangkok. La nuova vittoria – ancora una volta più o meno pacifica – ha reso nulle le leggi dello stato d’emergenza che vietavano raduni con più di 4 persone dall’alba.

La polizia è stata perfino circondata e costretta di nuovo ad andarsene, lasciando in mano ad almeno 20 mila persone, tra ragazzi e gente comune, le strade e l’incrocio più trafficato della metropoli, tra Sukhumvit e Ratchaprasong. Come il giorno prima era successo tra il Monumento alla Democrazia e Phitsanulok. Unica sconfitta i quasi quaranta arresti di leader e manifestanti avvenuti negli ultimi tre giorni. Ne è stata chiesta la liberazione a squarciagola, e ben pochi tra gli irriducibili della “Gioventù libera” – che comprende universitari e ragazzi delle scuole scondarie – smetteranno di farlo presto. Anche a costo di finire a loro volta in cella.

Il tam tam di un movimento che si snoda con tempismo e mobilità incredibili attraverso la metropoli passa dai vari social, aggiornati quasi 24 ore su 24 sull’andamento delle proteste. La frequenza dei messaggi e degli hashtag con parole chiave spesso offensive verso i “nemici della democrazia – il governo e sempre più apertamente il potente monarca – è così elevata che sono risultate inefficaci anche le norme dell”emergenza che vietano informazioni che “potrebbero creare paura” o “incidere sulla sicurezza nazionale” online. Ovvero potenzialmente gran parte dei messaggini e delle dirette web in cui, da palchi improvvisati, gli oratori invitano ad abbattere un intero sistema di privilegi. A partire da quelli della famiglia reale fino a burocrati, parlamentari e ministri, i tycoon e tutti i corrotti.

Per questi giovani la nuova democrazia comincia anche dalle università, dove impera il bullismo dei “senior”, e dai banchi di scuola tra cui si insegna che la storia ruota attorno agli antichi sovrani del Siam, si indossano uniformi e non sono ammesse acconciature stravaganti. C’è inoltre l’obbligo di prostrarsi di fronte al corpo insegnante durante le numerose cerimonie – e talvolta anche in giorni normali.

A tenere sotto estrema pressione il premier Prayut Chan Ocha, del quale sono state chieste le dimissioni fin dal primo giorno delle proteste a luglio, è la difficoltà di intervenire con la forza contro ragazzi e ragazze che hanno l’età delle sue figlie. Ma anche la sua delicata posizione di difensore allo stesso tempo della “Nazione” e dell’autorità suprema della Monarchia – i due dei pilastri della Thailandia, assieme alla religione. Ieri Prayut è stato costretto addirittura a ricevere il ministro degli esteri cinese nella sede del ministero della Difesa invece che nel suo ufficio, assediato.

Voci non verificabili riferiscono delle pressioni che dal Palazzo reale giungono all’ex generale per trovare una soluzione prima che la situazione possa degenerare. A creare seria irritazione a corte è stato uno dei rari anche se significativi incidenti che si sono verificati durante il grande corteo di mercoledì, quando la Regina Sudhita, quarta moglie di Rama X, si è trovata letteralmente – e forse per un errore già costato il posto a tre capi della polizia – in mezzo a un’ala di dimostranti che le mostravano le tre dita, simbolo della ribellione nella serie Hunger Games. Costringendola a far finta di niente e rispondere salutando con la mano da dietro ai vetri. Per giunta al suo fianco era seduto il principe 15enne Dipangkorn, unico riconosciuto di cinque figli maschi e potenziale erede al trono.

204258334 2c354cd4 1c73 41e7 aee5 a02903ce2a26 - Tra arresti e post sui social, i manifestanti thailandesi conquistano il cuore di Bangkok

Evidentemente le immagini dell'”incidente” trasmesse ovunque non hanno fatto piacere a una famiglia protetta da ogni offesa con la severa legge di lesa maestà. Se finora questa non era stata mai applicata nonostante i numerosi riferimenti agli eccessivi privilegi dei reali, ieri due leader della protesta che si trovavano tra la folla attorno all’auto dorata della Regina sono stati arrestati e denunciati per questo reato, che prevede fino a 15 anni di carcere. O, nei casi più gravi, l’ergastolo.

Anche uno dei principali capi del movimento, un ex studente oggi celebre avvocato dei diritti umani di nome Anom Nampa, potrebbe ricevere le stesse imputazioni dopo essere stato trasferito in elicottero da Bangkok alle carceri di Chiang Mai – città dove ha tenuto un mese fa il discorso più duro contro la monarchia, considerata “la radice di tutti i problemi della Thailandia”.
Gli altri 37 circa sono per ora accusati di “sedizione”, di aver violato le norme dell’ordine pubblico e – nell’ultima retata dell’alba – la legge d’emergenza contro i raduni. Due degli arrestati sono dei personaggi ormai popolarissimi per aver letto ad agosto i celebri 10 punti con i quali si chiede la riforma dello Stato e della monarchia: Parit Chiwarak, detto Pinguino, entrato e uscito 4 volte dal carcere, e Panusaya Sithijirawattanakul, nota come Rung, al suo primo arresto.

Difficile immaginare che i loro compagni lasceranno le strade senza gridare ancora “Liberate i nostri amici”, come hanno fatto ieri fino a tarda notte gli occupanti del centro di Bangkok – svuotato dei turisti per via del Covid ma non dai cittadini, che affollano le immense shopping mall di Ratchaprasong o il popolare tempietto di Erawan. Sono luoghi di svago, ma serbano anche ricordi inquietanti: l’altare dedicato alla divinità Brahma venne colpito nel 2015 da un attacco suicida che fece strage di visitatori e pellegrini, soprattutto cinesi. Il grande magazzino fu dato invece completamente alle fiamme nel 2010 durante la ritirata delle “Camicie rosse” fedeli all’ex premier esule Thaksin Shinawatra, che occuparono per settimane Ratchaprasong prima dell’intervento militare che li sgomberò.

Molti tra i giovani che affollano la stessa strada non hanno certamente memoria dei fatti passati. Ma con la determinazione dimostrata finora mettono in conto anche la possibilità che, come temono i loro genitori, l’attuale patto di tolleranza possa interrompersi.

Fonte: Repubblica

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