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La persona più pericolosa della Tunisia apparentemente è una blogger di 27 anni, Emna Chargui, condannata a sei mesi di carcere e duemila dinari di multa (circa 600 euro) perché considerata responsabile di avere scherzato sul Corano. La giovane aveva pubblicato sulla sua pagina Facebook un’ironica “Sura Corona”, per parlare della pandemia con il linguaggio e la grafica del libro sacro all’islam. Il testo sottolinea che “non ci sono differenze fra re e schiavi” e invita a “seguire la scienza e non la tradizione”. La semplice condivisione (non è ben chiaro chi sia in effetti l’autore del testo) ha da subito portato insulti, minacce di stupro e di morte. Ma i giudici di Tunisi, ignorando la richiesta di tutela arrivata dalla società civile, hanno preferito rimarcare “l’incitamento all’odio fra le religioni e le razze” e “l’attentato ai buoni costumi”.

Nei mesi scorsi la decisione di processare Emna Chargui aveva suscitato lo sdegno e le critiche delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, che ribadivano come la Costituzione della Repubblica tuteli la libertà di espressione. Gli attivisti hanno organizzato sit-in davanti al tribunale, intellettuali come lo scrittore Cherif Ferjani hanno fatto appello agli utenti del social network, perché condividano il più possibile il testo sotto accusa, in segno di supporto per la libera espressione del pensiero, commentatori come Cherif Ben Younes hanno segnalato il pericolo che il Paese diventi un “Tunistan”, contestando il diritto di magistrati di richiamarsi a valori vaghi come “il pudore” e “i buoni costumi”.

Ma evidentemente non è servito a molto, come non è servito l’impegno di Amnesty International a difendere Emna. La giovane ha tre settimane per presentare appello, ma la condanna in prima istanza è da subito un segnale inquietante sulla direzione presa dalla Tunisa. Quando era stato uno scrittore noto come Ezzedine Madani, negli anni Settanta, a usare lo stile del Corano per un suo romanzo, qualcuno aveva espresso irritazione. Allora, perseguire gli intellettuali era fuori discussione. Il Paese si atteneva a un laicismo di fondo e tutelava assieme la religione e il diritto di libera espressione. Alla guida, però, c’era Habib Bourghiba.
 Fonte: Repubblica

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