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ISTANBUL – “Iste Dede, iste Torun”. Ecco il nonno, ecco il nipote. Il Sultano Mehmet II e Recep Tayyip Erdogan, il successore secondo la simbologia ottomana, reinterpretata. Perché la dedica appesa alle colonne di una moschea minore, che porta verso la grande struttura architettonica di Santa Sofia, è tutta per loro, tutta per lui. Per i sultani ottomani e per il leader che oggi si richiama a quel tempo.

Ecco perché centinaia di migliaia di fedeli musulmani, di ogni età, ma tanti giovani soprattutto, hanno attraversato già dalla notte le strade del cuore di Istanbul, per arrivare a Piazza Sultanahmet. A Santa Sofia, ora diventata moschea a tutti gli effetti dopo che tre imam e cinque muezzin hanno guidato la cerimonia accompagnandola con il canto.

E poi, in prima fila, c’era lui, il presidente della Repubblica. Accovacciato sui tappeti che ricoprivano i preziosi mosaici bizantini. Compito. Concentrato. Mascherina sul volto, in testa un copricapo islamico bianco. Erdogan ha infine recitato i versetti del Corano. Era la prima preghiera islamica dentro la ex basilica ortodossa e cattolica, da 86 anni diventata un museo, e ora per decisione del Consiglio di Stato di Ankara e volontà del presidente tornata moschea.

La massa di fedeli, incurante di qualsiasi distanziamento sociale consigliato dalla pandemia che pure ha colpito duro nel Paese, è apparsa soverchiante nella zona. Lo stesso leader li ha contati in 350 mila. Una folla enorme, che ha riempito i giardini intorno a Sultanahmet, e impedito qualsiasi spostamento nella zona, bloccandola completamente, mentre più di 20 mila poliziotti sorvegliavano gli accessi.

I più pii, zuccotti bianchi in testa, oppure fasce rosse o verdi sul capo, in una mano la bandiera verde dell’islam o quella rossa con la mezzaluna e la stella, e nell’altra il tespih, il rosario del musulmano, erompevano in canti e grida di giubilo. “Allah u Akbar”, Dio è grande.

turchia erdogan partecipa alla prima preghiera del venerdi a santa sofia - Turchia, Erdogan partecipa alla prima preghiera del venerdì a Santa Sofia

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Dentro, invece, nella grande sala dove i mosaici della Vergine e le icone dell’Arcangelo Gabriele erano stati pudicamente coperti da teli e sipari, gli occhi di Erdogan non perdevano una mossa dei religiosi durante una cerimonia raccolta e silenziosa.
  
Per colui che sempre di più viene definito come il “Sultano”, la giornata del venerdì islamico di festa è stata cruciale. ”Era il mio sogno da quando ero bambino”, ha confessato. E ha cercato di rassicurare: “Ayasofya resta un patrimonio dell’umanità. Rimarrà aperta ai fedeli di tutte le religioni. E i lavori di restauro proseguiranno”.

Santa Sofia, con le sue pareti color rosa e i suoi quattro minareti di cui due disegnati dal grande architetto Sinan, è un monumento millenario. Costruito nel VI secolo dopo Cristo dall’Imperatore bizantino Giustiniano I (nel 537), fu cattedrale cristiana fino al 1453, quando le armate ottomane posero fine all’Impero e istituirono a Costantinopoli la propria capitale, rinominata Istanbul.

Da allora, l’edificio venne trasformato in moschea per quasi cinquecento anni. Ma nel 1934, il primo presidente della Repubblica di Turchia, il laico Mustafa Kemal, detto Ataturk, padre dei turchi e fondatore di un Paese moderno, volle adibire Santa Sofia a museo, svincolandola da qualsiasi connotazione religiosa.

Il 10 luglio 2020, la nuova destinazione del monumento. Ancora moschea. Attraverso una cerimonia ufficiale e la prima preghiera. “Un grande successo”, si esulta ad Ankara. “Una umiliazione”, commentano amareggiati gli studiosi bizantini di ogni luogo e fede. Dopo la preghiera, Erdogan ha fatto tappa alla tomba del Sultano Mehmet II. Sultano, l’attuale presidente turco, anche lui fino in fondo.

Fonte: Repubblica

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