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Crisi economica, pandemia, critiche. Una valanga di aspetti negativi in grado di assestare colpi durissimi alla credibilità e alla forza di un governo. Eppure, il partito di Erdogan cala ma tiene. A dispetto di una lira debole e di un Paese tuttora scioccato dall’epidemia di coronavirus che non ha risparmiato morti e dolore. Le vittorie in Libia, infatti, e il protagonismo del leader in politica estera riportano in su la sua popolarità, con effetti per ora contenuti se si dovesse andare alle urne.

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   In Turchia le prossime elezioni saranno fra tre anni, nel 2023. Ma già un istituto affidabile di sondaggi quale MetroPoll, capace di azzeccare spesso i risultati elettorali, dà una lettura interessante secondo il rilevamento più fresco. Il partito Giustizia e sviluppo (Akp), fondato da Recep Tayyip Erdogan nel 2001 assieme all’ex capo dello Stato, Abdullah Gul, viene dato oggi di poco sopra il 30 per cento. Certo, non è il dato sfolgorante di qualche anno fa, quando la formazione conservatrice di origine religiosa sbaragliava il campo con oltre il 40 per cento dei consensi. Ma nonostante questo, e l’evidente calo, la presa sugli elettori rimane forte.

   Secondo MetroPoll, da gennaio a marzo scorso, quindi prima del lockdown per il coronavirus, il partito del presidente è rimasto stabile, con il 33,7% di persone che hanno dichiarato di votarlo se si dovesse andare alle urne. A giugno, a misure appena allentate dopo che la Turchia per mesi è stato il 7° Paese al mondo per decessi (oggi è sceso al 14°), il sostegno è calato al 30,3%. Tre punti percentuali in meno non sono pochi, ma considerando la ciclica fluttuazione dei numeri al momento delle elezioni, il dato viene ora considerato da parte degli osservatori come indice di sufficiente stabilità.

   Il gruppo di ricerca indipendente MetroPoll adotta questo sistema. Ogni mese fa la seguente domanda a una percentuale scelta di cittadini turchi: “Se domenica ci fossero le elezioni parlamentari, per quale partito politico voteresti?”. Così la società di sondaggi riesce a fotografare in maniera nitida l’andamento delle simpatie elettorali.

   Con il leggero calo del partito al potere, la seconda compagine resta sempre il Partito repubblicano del popolo (Chp), circa 6 punti sotto alla formazione dominante da ormai quasi vent’anni. Il Chp è un gruppo politico di orientamento anche socialdemocratico ed è il più antico partito del Paese, da tempo principale anima di opposizione nella Grande Assemblea Nazionale.

   La grande ragione delle perplessità dei turchi verso la formazione al potere è l’economia. Negli ultimi due anni il potere di acquisto dei cittadini si è eroso, l’inflazione è accresciuta, e nel marzo 2019 la recessione ha fatto la sua comparsa. A metà anno il livello di disoccupazione era salito, ufficialmente al 15 per cento. Prima dell’epidemia, le autorità di governo si aspettavano così che l’economia riprendesse, espandendosi del 5% dopo il rimbalzo dalla recessione. Il virus ha però azzoppato le previsioni.

   Oggi le finanze di Ankara restano deboli. Il debito estero è alto. E le critiche nei confronti della leadership al potere si avvertono chiare per la strada, anche se non espresse direttamente contro il capo dello Stato. Il quale guadagna invece in popolarità grazie alle offensive militari contro il Pkk all’interno del Paese, e in Siria e Libia all’esterno. Il protagonismo di Erdogan, e la difesa dei confini – con l’intenzione anzi di allargarli, vedi nel Mare Mediterraneo – sono percepiti in modo positivo presso un popolo molto patriottico come quello turco. E qui la fama di Tayyip bey, il “signor Tayyip”, sale agli occhi dell’uomo della strada.

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   Alle elezioni del giugno 2019 il partito del presidente aveva vinto sul piano nazionale, perdendo però a livello amministrativo in tutti i grandi centri come Ankara, Istanbul, Smirne, Antalya, in quello che infine è risultato uno smacco e un avvertimento. Le prossime elezioni generali sembrano lontane, ma il 2023 per i turchi è una data molto rappresentativa: sono i 100 anni della fondazione della Repubblica voluta da Mustafa Kemal, il laico Ataturk padre dei turchi.

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Fonte: Repubblica

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