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201446976 ede40be3 dcad 45ad 8edf c016413e529e - Twitter "censura" anche Khamenei e l'ambasciata cinese. E Facebook blocca i soldi alla politica

Le grandi piattaforme tech americane che controllano i principali social network cercano di correggere il tiro della polemica sull’intervento giudicato da molti (anche in Europa) “censorio” e “di parte” contro Donald Trump con il blocco dei suoi account (definitivo per Twitter, temporaneo per Facebook).

In una mossa per ora giudicata più di facciata che di sostanza, Facebook ha annunciato che si unirà alla scelta di altre grandi aziende – gruppi alberghieri come Marriot, grandi banche come JP Morgan Chase ma anche grandi aziende tech come Microsoft e Alphabet Google – di sospendere i contributi finanziari ai partiti politici almeno nel primo trimestre del 2021, in reazione agli eventi del 6 gennaio con l’assalto dei sostenitori di Trump al Congresso Usa. “Storicamente, le aziende tech donano soldi sia ai repubblicani che ai democratici, a volte andando contro la volontà dei dipendenti che tendono più a sostenere i democratici”, dice il sito Axios che ha dato in esclusiva la notizia.

I rubinetti si chiudono in modo bipartisan, anche se la tempistica della sospensione del Pac (political action committee, lo strumento con cui individui e aziende ufficializzano il finanziamento politico) di Facebook solleva però già perplessità: ormai le elezioni sono passate e dunque è passata la fase cruciale in cui i grossi flussi finanziari erano vitali per la possibilità di acquistare spazi pubblicitari per la campagna elettorale. Come ha spiegato anche Microsoft, normalmente nel primo trimestre di insediamento del Congresso normalmente i finanziamenti si sospendono.

Come notano alcuni analisti dell’economia della Silicon Valley, le aziende tech “sono già passate attraverso questo tipo di controversie, su temi come i matrimoni gay o i cambiamenti climatici. Ma l’uso dei Pac continuava perché le aziende tech pensavano di non potersi alienare chi sta al potere”. Il vero banco di prova, fanno notare in molti, è quel che accadrà tra tre mesi, quando la sospensione arriverà a scadenza.

Nel frattempo i social network rimangono al centro del ciclone, anche finanziario. Il bando permanente sta costando punti in Borsa (-5,17% per Twitter, 2,41% per Facebook), ma anche polemiche politiche: perché i social non bloccano con lo stesso vigore dimostrato con Donald Trump (per quanto solo dopo la sua sconfitta elettorale) anche altri leader politici che in giro per il mondo diffondono disinformazione e incitano alla violenza? 

E così nelle ultime ore arrivano alcuni segnali di intervento “multilaterale” su account di leader: Twitter ha eliminato un tweet negazionista della Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, che aveva bollato come “completamente inaffidabili” i vaccini occidentali. Nel tweet, Khameni accusava anche Usa e Regno Unito di voler “probabilmente infettare altre nazioni”.

E ha anche cancellato un post dell’ambasciata cinese negli Usa nel quale si leggeva che le donne uigure si erano “emancipate” grazie alle politiche attuate nella regione dello Xinjiang, dove invece si sospetta che Pechino abbia costretto alla sterilizzazione o a pratiche contraccettive numerose donne per frenare la crescita della popolazione.

Facebook, non nuova ad interventi di vigilanza in occasione di grandi appuntamenti politici, ha compiuto un gran repulisti in Uganda dove tra tre giorni si vota e la propaganda di disinformazione ha raggiunto livelli altissimi. Una cinquantina di account sono stati chiusi dalla piattaforma di Zuckerberg, in gran parte pagine e utenti legati al Movimento di resistenza nazionale (Nrm), il partito del presidente Yoweri Musuveni, al potere da 35 anni e in lizza per un senso mandato.

Altri leader controversi sono però ancora liberi di utilizzare le piattaforme senza grosse restrizioni. Negli Stati Uniti in particolare è alta la sensibilità verso le vicende del Venezuela dove il presidente Nicolas Maduro, così come aveva fatto il suo predecessore Hugo Chavez, utilizza Twitter per diffondere indisturbato propaganda anche da account in francese, inglese, arabo e portoghese, e anche da account non direttamente riconducibili al suo nome.

Durante la crisi del 2019, quando quasi tutta la comunità internazionale aveva riconosciuto il leader dell’opposizione Juan Guaidò, Twitter era intervenuta a bloccare alcuni account riconducibili a ministri e uomini di Chavez, rei di diffondere appelli alla violenza.

Il tema è particolarmente delicato se visto con l’occhio dei dissidenti. È il caso dell’oppositore russo Aleksei Navalnyj che ha bollato la decisione di Twitter di bandire Trump come “un inaccettabile atto di censura”: autocrati come Vladimir Putin continuano a essere liberi sui social, argomenta il dissidente, ed è una realtà che le piattaforme usano standard di intervento diverso in diverse parti del mondo. “Cambiate il nome di Trump con Navalnyj – avverte – e avrete gli argomenti che il regime Usa per impedire che il mio nome venga menzionato sulla tv russa”.

Fonte: Repubblica

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