Condividi:

192332490 870bfed3 f15e 4ee4 b862 656e82e98b97 - Twitter sospende il profilo della campagna Trump. Il presidente: "Faccio causa"

Donald Trump è di nuovo in guerra con le piattaforme social. Ad innescare la rabbia del presidente degli Stati Uniti stavolta è stata una decisione di Twitter, che ha sospeso brevemente il profilo della campagna per la rielezione di Trump in seguito a una violazione dei suoi standard. Il magnate newyorchese ha risposto minacciando il social network. “Non so cosa sia successo”, ha detto parlando in un’intervista a Fox Business, “ma finirà tutto in un gran procedimento legale. Potrebbero succedere cose molto severe che preferirei non succedessero. Ma probabilmente dovranno accadere”.

Parlando ore dopo ad un comizio a Greenville, North Carolina, Trump ha promesso che se dovesse essere rieletto abrogherà la famosa “Sezione 230”, clausola del Communications Decency inserita nel 1996 che permette ai social network di non essere ritenuti responsabile davanti alla legge dei contenuti online pubblicati dai loro utenti. “Sono totalmente protetti, non possono essere denunciati”, ha detto Trump. “Ma tutto questo finirà: abrogherò la Sezione 230”. Se Trump non ha infatti il potere di chiuedere le piattaforme, può spaventarle minacciando di abolire la clausola che sostanzialmente permette loro di decidere se e quando moderare i contenuti. In sua assenza, gli uffici legali dei giganti del web sarebbero impegnatissimi a rispondere ad innumerevoli ricordi da parte di utenti che li ritengono legalmente responsabili dei post offensivi o pericolosi rimasti online.

A scatenare la controversia è stato un leak dalle dubbie origini pubblicato ieri dal New York Post che metterebbe nei guai il candidato democratico Joe Biden, ampiamente in testa nei sondaggi. Il quotidiano di tendenza conservatrice accusa Hunter Biden – figlio imprenditore di Joe già in passato nel mirino di Trump – di aver organizzato un incontro tra il padre e un consigliere di Burisma (compagnia energetica ucraina) nel 2015, quando Joe era vicepresidente di Barack Obama e Hunter sedeva al consiglio di amministrazione di Burisma. La fonte sarebbero delle email fornite a Rudolph Giuliani – ex sindaco di New York e legale del presidente – dal suo avvocato, a cui sarebbe stata data una copia del disco contenuto all’interno di un computer che Hunter Biden avrebbe dato a riparare a un negozietto del Delaware e non avrebbe mai recuperato. Intervistato, il gestore del negozio – grande sostenitore di The Donald – ha fornito varie versioni in conflitto tra loro su quanto accaduto e ha affermato di non aver potuto vedere se il proprietario del computer era veramente Biden per via di una malattia pregressa.

Facebook e Twitter hanno limitato la diffusione dell’articolo sulle proprie piattaforme. L’azienda di Mark Zuckerberg ha fatto sapere, attraverso un membro del proprio team di comunicazione, Andy Stone, che Facebook ha deciso di “limitare la distribuzione della storia sulla sua piattaforma” in attesa di fact-checking da parte dei partner esterni su cui fa affidamento.

Twitter sostiene invece che l’articolo violi le sue regole della privacy, dato che il New York Post ha reso pubblici nomi e contatti di diverse persone all’interno della sua lunga denuncia. Ma l’articolo viola anche le regole sull’hacking del social network, dato che le informazioni contenute al suo interno sarebbero state rubate da un computer portato a riparare in un negozio del Delaware. “In linea con la nostra politica sull’hacking, così come il nostro approccio al blocco delle URL, stiamo adottando misure per bloccare qualsiasi link o immagine del materiale in questione su Twitter”, ha affermato un portavoce dell’azienda.

La decisione delle due piattaforme è in linea con una maggiore assunzione di responsabilità che le tech company stanno cercando di dimostrare in vista delle elezioni, dopo essere state accusate per anni di aver permesso distorsioni e manipolazioni durante il voto del 2016. Lo scopo di queste nuove politiche delle piattaforme è quello di ridurre la diffusione di messaggi dannosi – e ridurla in fretta. Così, il profilo della campagna Trump si è trovato sospeso dalla piattaforma.

I repubblicani: “Interferenza elettorale”

Il campo repubblicano ha subito reagito duramente, nonostante il profilo sia tornato regolarmente fruibile dopo qualche ora. “Questa è interferenza elettorale, chiara e semplice. Siamo a un livello mozzafiato di ingerenza politica da parte di Twitter, ha affermato il direttore della comunicazione della campagna Trump Tim Murtaugh. “Gli amici della Silicon Valley di Joe Biden stanno bloccando in modo aggressivo le notizie negative sul loro ragazzo e impedendo agli elettori di accedere a informazioni importanti. Questa è una cosa da Cina comunista o da Cuba, non da Stati Uniti d’America”. “Questa è una censura agghiacciante della campagna per la rielezione di un presidente in carica a 19 giorni da un’elezione,” ha aggiunto Andrew Clark, tra i direttori della campagna.

A quest’affermazione ha fatto seguito il senatore repubblicano Josh Hawley, membro del Comitato giudiziario della Senato, annunciando che chiederà a Facebook e Twitter di testimoniare sotto giuramento di fronte al comitato – per domandare loro se intendono manipolare le elezioni. La campagna Trump nel frattempo ha pubblicato l’intero articolo del New York Post sul proprio sito web.

Non è certo la prima volta che l’amministrazione Trump si scontra con quella che interpreta come una forma di censura da parte delle piattaforme della Silicon Valley. La disputa è diventata evidente a fine maggio, quando Twitter ha segnalato per la prima volta che un tweet del presidente che conteneva informazioni senza fondamento sull’inaffidabilità del voto per corrispondenza conteneva informazioni false. Pochi giorni dopo una Corte d’Appello di Washington archiviava la causa di un gruppo di figure conservatrici di YouTube secondo le quali Google, Facebook, Twitter e Apple lavoravano attivamente per sopprimere le opinioni di destra online. “I repubblicani ritengono che le piattaforme zittiscano totalmente le voci dei conservatori. Li regoleremo con forza, o li chiuderemo, prima di poter mai permettere che ciò accada”, aveva risposto il presidente.

I precedenti

Dal 2016 ad oggi, i repubblicani hanno ripetutamente sostenuto la convinzione che le piattaforme social moderino intenzionalmente i contenuti per sopprimere le voci conservatrici. Hanno affermato che queste società rimuovono o classifichino contenuti e profili conservatori perché intrinsecamente di sinistra. Il già citato Josh Hawley ha proposto una legge che richiederebbe alle aziende di dimostrare di essere politicamente neutrali. Questo nonostante Brad Parscale, che ha gestito le operazioni digitali per la campagna presidenziale del 2016 abbia più volte dichiarato che le elezioni contro Hillary Clinton siano state vinte anche grazie a pubblicità e amplificazione di video e meme pro-Trump su Facebook.

La campagna Trump sta intanto considerando l’opzione di passare a social network meno conosciuti – come Parler, piattaforma amatissima dall’alt-right – o costruirne una di propria. Parscale ha invitato i suoi follower a seguirlo su Parler  scrivendo: “Ehi @twitter, i tuoi giorni sono contati”, dopo che le piattaforme hanno cominciato ad attuare misure senza precedenti per monitorare i post del presidente in vista di quella che sarà l’elezione più contestata della storia statunitense contemporanea.

Con l’avvicinarsi delle elezioni, previste per il 3 novembre, la moderazione dei contenuti si è fatta più serrata. A inizio ottobre sia l’azienda di Zuckerberg che quella di Jack Dorsey hanno preso provvedimenti dopo che Trump ha cercato di minimizzare la pandemia – per la quale negli Usa sono morte fin ora 217 mila persone – dopo che The Donald (a sua volta recentemente contagiato) aveva scritto: “La stagione dell’influenza sta arrivando! Molte persone ogni anno muoiono di influenza ogni anno, nonostante il vaccino – a volte più di cento mila. Chiuderemo il nostro Paese? No, abbiamo imparato a conviverci, proprio come stiamo imparando convivere con il Covid, molto meno letale per la maggior parte delle popolazione!”. Twitter non l’ha cancellato ma ha aggiunto un’etichetta di avviso sul tweet in quanto potenzialmente contenente informazioni fuorvianti. Facebook ha rimosso il post affermando che l’azienda “rimuove informazioni incorrette sulla severità del Covid-19”.

La compagnia di Menlo Park ha anche eliminato quasi trecento account falsi tra Facebook e Instagram scoperchiando un giro di profili che inondavano le piattaforme di articoli a favore di Trump e disinformazione, finanziate dal gruppo conservatore Turning Point USA. Twitter ha invece cancellato dozzine di account che si fingevano elettori afroamericani a sostegno del presidente repubblicano.

Fonte: Repubblica

Condividi:

Rispondi

Su questo sito Web utilizziamo strumenti di prima o di terzi che memorizzano piccoli file (cookie) sul dispositivo. I cookie vengono normalmente utilizzati per consentire al sito di funzionare correttamente (cookie tecnici), per generare report di navigazione (cookie statistici) e per pubblicizzare adeguatamente i nostri servizi /prodotti (cookie di profilazione). Possiamo utilizzare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore. Cookie policy