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BANGKOK – I contorni sono torbidi come tutte le storie di complotti per un assassinio eccellente in terra straniera. Ma la vittima designata, l’ambasciatore birmano all’Onu Kyaw Moe Tun, non ha dubbi sulla versione dei fatti che gli ha fornito l’Fbi, l’agenzia di intelligence americana, prima di inviare un rapporto alla corte federale di White Plains.

Secondo le indagini e le testimonianze di due birmani arrestati attorno a New York, il piano è stato apparentemente orchestrato da un mercante d’armi thailandese tenuto anonimo, disposto a pagare molte migliaia di dollari alla gang dei due emissari per costringere con l’intimidazione l’ambasciatore a rinunciare al suo incarico Onu. Ma se aggressioni e minacce non fossero bastate il “piano B” prevedeva di passare alle misure estreme, col sabotaggio della vettura di rappresentanza per fingere un incidente mortale dalle parti della sua residenza nella Contea di Westchester a New York.

L’ambasciatore Kyaw Moe Tun e la foto in lacrime

Tun occupa fin dai tempi del governo civile del Myanmar il seggio destinato al suo Paese anche se i militari a febbraio hanno preso il potere con un golpe e da allora reclamano finora inascoltati la sua sostituzione con un nuovo diplomatico di loro nomina. Il mondo lo conobbe il giorno che, con le lacrime agli occhi, chiese ai suoi colleghi dell’Assemblea generale del Palazzo di vetro e al mondo di aiutare il suo popolo tornato all’era più buia della sanguinaria dittatura militare. La sua foto mentre fa il saluto “rivoluzionario” del film Hunger Games è stata una delle immagini iconiche della resistenza al regime.

Da allora si è parlato poco di lui anche se il caso Myanmar – anche grazie alla sua attività per conto del governo ombra di dissidenti ed ex parlamentari della Lega di Aung San Suu Kyi – è sempre nell’agenda Onu dei casi internazionali che scottano. Il capo dei golpisti Min Aung Hlaing non ha mai fatto mistero di considerarlo un “traditore”, colpevole di sedizione, indegno di sedere su una poltrona che spetta a un rappresentante del nuovo esecutivo militare installato a Naypyidaw.

Ma l’uomo che il generale spedì a Washington per sostituire Tun rinunciò subito all’incarico e da allora la questione è sospesa, mentre l’ambasciatore ha continuato ad aggiornare i colleghi sulle violazioni dei diritti umani nel paese e fa pressioni per intervenire con iniziative più concrete delle sole sanzioni economiche. 

Dopo aver ringraziato governo degli Stati Uniti, Dipartimento di Stato e forze dell’ordine per avergli “salvato la vita”, l’ambasciatore Tun ha definito “inquietante” quello che gli è successo. “Ma il mio lavoro quotidiano – ha detto alla Cnn – non ne sarà influenzato”. È proprio il suo incarico del resto a preoccupare i mandanti del complotto che si dipana in un triangolo tra la capitale birmana Naypyidaw, quella thai di Bangkok e New York.

Il complotto orchestrato da un trafficante d’armi

La ricostruzione dell’Fbi basata su file Internet e sulle ammissioni dei due arrestati, svela che il piano aveva preso piede un mese fa circa, quando uno dei due birmani, il 28enne Phyo Hein Htut, fu contattato via Facebook e poi a voce con la app di Messenger dal commerciante d’armi thailandese, che risulta in un elenco di fornitori e mediatori per gli acquisti di materiale bellico dell’esercito birmano.

Successivamente Htut ricevette 4000 dollari da Ye Hein Zaw, 20 anni, anche lui residente attorno a New York, grazie a un trasferimento elettronico rintracciato dagli investigatori e confermato dallo stesso indiziato. Altri 1.000 dollari sarebbero stati spediti a Htut per le spese operative se fosse stato necessario passare all’omicidio, più parecchie altre migliaia in caso di successo dell’operazione.

L’ambasciatore aveva già ricevuto minacce ma dalla scoperta del piano, che prevedeva la manomissione delle gomme della sua auto, i servizi di protezione sono stati rafforzati mentre continuano le indagini. La corte federale di White Plains, dopo aver ascoltato la confessione di Htut, ha già riconvocato anche Zaw, nella speranza di chiarire i molti punti d’ombra di questa vicenda che ricorda altre operazioni analoghe come gli avvelenamenti di spie e avversari attributi a Russia e Nord Corea o le esecuzioni di dissidenti bielorussi come quella avvenuta in Ucraina recentemente.

Illustrandone i dettagli, il capo investigatore della polizia di New York  Dermot Shea ha confermato la vastità del progetto contro l’ambasciatore birmano: “Questi imputati hanno attraversato i confini e gli oceani – ha detto – per pianificare un complotto violento contro un leader internazionale sul suolo degli Stati Uniti”. 

Htut e Zaw sono accusati infatti di “cospirazione per aggressione violenta contro un funzionario straniero”, che comporta una pena massima di cinque anni di carcere. Ma è difficile prevedere dove porterà l’investigazione sul cittadino thailandese – che potrebbe godere di forti protezioni nel suo stesso paese – per poter risalire ai veri legami con la giunta militare, oltre a quelli ovvii del business di armi.

La lettera di Tun a Guterres

La scoperta del complotto avvenuta martedì scorso coincide, forse solo casualmente, con la lettera che Tun ha inviato lo stesso giorno al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Vi era documentata la scoperta in Myanmar di 40 corpi compreso un bambino di 11 anni dati alle fiamme e seppelliti in un piccolo villaggio nel nord-ovest con segni di severe torture.

È solo uno dei numerosi e odiosi crimini contro l’umanità che stanno avvenendo nell’impotenza del mondo, con quasi 1000 vittime della repressione contro studenti e attivisti, migliaia di arresti, inaudite torture, bombardamenti e evacuazioni di interi villaggi nelle aree di resistenza dei gruppi etnici contrari al golpe militare. Un quadro desolante aggravato dai numerosi morti non documentati di Covid da quando in tutto il paese ai primi di giugno ha fatto la sua comparsa la Variante Delta.

Fonte: Repubblica

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