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webuild un libro sul ponte e piano si racconta - Webuild, un libro sul Ponte. E Piano si racconta

«Il nuovo ponte di Genova» e sullo sfondo il viadotto illuminato con il tricolore. Da ieri è in distribuzione il volume edito da Rizzoli che racconta i mesi della costruzione del Ponte. Testi, disegni e immagini che si susseguono e che forse potrebbero essere riassunti nel sottotitolo del libro: “Cronaca di una rinascita”. Perché in effetti di rinascita si parla, non solo da un punto di vista pratico, con il viadotto che sorge dopo il crollo del Ponte Morandi, ma in una chiave ben più ampia che punta ad abbracciare l’intera città. Il libro unisce racconto e ricordo, aspetti tecnici e tecnologia, esattamente com’è nel dna di questa infrastruttura che sarà inaugurata il 3 agosto, 464 giorni dopo il primo palo piantato nella terra. Era il 15 aprile del 2019, le aree non erano ancora state del tutto liberate dalle macerie, il dolore era lo stesso che si continua a cogliere camminando per quelle vie, alzando lo sguardo e vedendo i palazzi vuoti e gli sguardi attoniti. Per questo il 3 agosto non sarà una festa, ma un momento di ricordo, appena prima di far vivere il viadotto aprendolo al traffico. I testi che si susseguono, da quello del leader di Webuild Pietro Salini al sindaco e commissario per la ricostruzione Marco Bucci, fino all’analisi di Edward Glaeser, al racconto di Paolo Bricco e alla narrazione per immagini di Daniele Auteri hanno lo stesso filo conduttore, di memoria, rispetto per la tragedia e sguardo sul futuro. E non poteva certo essere diversa la valutazione dell’architetto Renzo Piano che nel libro racconta in un’intervista di come sia nata la sua idea progettuale, poi concretizzata dal consorzio PerGenova formato da Webuild e Fincantieri Infrastructure. Un ponte che nella sua semplicità ne riassume la complessità, il livello mai raggiunto prima di tecnologia, lo sforzo corale di chi si è dedicato alla costruzione. Piano dà una prima straordinaria immagine dell’idea del nuovo ponte. Si vede bambino che apre la mappa di Genova e, per unire le due montagne senza più il ponte Morandi, simula la camminata con le due dita della mano, indice e medio. Ogni passo, un pezzo di ponte. Così per diciannove volte, tre delle quali «facendo il passo più lungo della gamba» perché il ponte deve scavalcare un torrente, una ferrovia e passare a fianco di una fabbrica. Piano si racconta così, mischiando ricordi personali a valutazioni tecniche sul viadotto. «La prima reazione che ho avuto è di fare un ponte alla genovese — spiega nell’intervista — Sobrio, robusto, ma anche simile a una nave, un grande vascello bianco che attraversa la valle». Il ponte-nave con le pile in calcestruzzo e l’impalcato di acciaio, si allunga per più di un chilometro, con la sua chiglia che naviga in aria per ricostruire ciò che è stato spezzato. Il merito? Per Piano è del gioco di squadra, del cantiere. «Bisogna guardare al cantiere — racconta — non solo come pratica artistica, ma anche organizzativa. E immediatamente questo cantiere si è diviso in due tecniche. Mentre da una parte si iniziava a lavorare sulle nuove fondazioni, dall’altra si preparavano le campate d’acciaio per dar vita all’impalcato sopra le pile».

Fonte: Repubblica

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