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KUNDUZ – Quel che rimane dei corpi viene sepolto in un cimitero non lontano dalla moschea sciita di Said Abad, a Kunduz, la principale città del nord est dell’Afghanistan. Il becchino, Sayd Ahmad, indossa ancora i guanti grigio-verdi che ha usato per scavare la fossa: ” Abbiamo seppellito brandelli di corpi. Solo undici vittime sono state ritrovate integre e abbiamo dato loro una tomba”. Poco più avanti, un gruppo di ragazzini gioca a cricket come se nulla fosse successo. L’8 ottobre un attentatore suicida si è fatto esplodere nella moschea durante la preghiera del venerdì uccidendo almeno 60 persone e ferendone oltre 100. L’attentato è stato rivendicato dall’Isis, le vittime sono soprattutto hazara, la minoranza sciita perseguitata dai talebani e sotto attacco degli islamisti. 

E’ domenica, il bazar centrale è affollato, gli afghani si accalcano intorno alle bancarelle della frutta e della verdura; i macellai, nonostante la crisi economica, hanno abbastanza clienti. La popolazione locale cerca di una difficile normalità.

La violenza dell’Isis e il rischio di tensioni con la Cina

Con una decisione insolita per il gruppo terroristico, l’Isis-K ha deciso di rendere nota l’identità dell’attentatore di Kunduz – un giovane uiguro che sarebbe stato sottoposto a torture e lavori forzati in Xinjiang. Dice il governatore della provincia: “L’Isis K è il nostro peggior nemico, vuole metterci gli uni contro gli altri. I salafiti hanno mandato un attentatore uiguro per creare difficoltà con la Repubblica popolare cinese mentre cercano di compromettere i nostri rapporti con la comunità hazara, ma non ci riusciranno. L’Isis è nemico di tutti gli afghani, non vuole colpire solo gli hazara”.

Matullah Rohani, il responsabile per i talebani della cultura della provincia, prova a difendersi: “In questa parte dell’Afghanistan non ci sono cellule permanenti dell’Isis K, stiamo facendo di tutto per intercettare la loro intelligence, ma al momento ammetto la nostra debolezza”. Haroon, a capo della polizia locale, ribadisce che “l’Isis K è il vero nemico degli afghani, non solo degli sciiti, ma di tutti i musulmani”.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, nei mesi precedenti il ritiro delle forze americane sono entrati in Afghanistan circa diecimila combattenti provenienti dall’Asia centrale, dalla Cecenia, dal Pakistan e dalla regione cinese dello Xinjiang. Gran parte di questi sono vicini ai talebani e ad Al Qaeda, ma altri sono alleati dello Stato islamico.

I talebani, che avevano promesso di garantire la sicurezza a una popolazione devastata da oltre quarant’anni di guerra, per ora hanno fallito, e gli attacchi dello Stato Islamico continuano a insanguinare il Paese. Un problema anche per i rapporti con Pechino. Gli studenti coranici hanno assicurato alla Cina di non sostenere il Movimento islamico del Turkestan orientale (ETIM), che la Repubblica popolare sostiene essere tra i registi del terrorismo nello Xinjiang. Ma nessuno può dare garanzie per l’Isis.

Secondo alcuni osservatori l’attacco dell’8 ottobre potrebbe anche riflettere il cambiamento delle relazioni tra i gruppi militanti in Afghanistan. L’Isis-K vede i talebani in Afghanistan ed Al Qaeda, che avrebbe forti legami con l’ETIM, come nemici. Una relazione più stretta tra ETIM e Isis in Afghanistan potrebbe aumentare la minaccia per la Cina. 

Fonte: Repubblica

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