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favicon 1500 - Abrignani “Partiremo dai fragili e dagli anziani. A loro serve un rinforzo"

La terza dose si farà e servirà prima alle persone fragili, cioè anziani e malati con problemi al sistema immunitario. Intanto però bisogna portare a termine la campagna in corso. Ne è convinto Sergio Abrignani, immunologo dell’Università di Milano e membro del Cts.
Faremo la terza dose del vaccino anche in Italia?
“Potrebbe servire a dare un boost, cioè un potenziamento della risposta immunitaria, a chi ha già chiuso il ciclo. Sappiamo, grazie all’esperienza su altri vaccini, come quello contro l’epatite B, che una nuova somministrazione dà un rinforzo rispetto alle prime due dosi. Sarà utile ad esempio per chi ha risposto poco al primo ciclo di vaccinazione ma anche per chi ha ancora un’ottima copertura, perché potrebbe servirgli a prolungare la memoria immunologica”.
Per ora le agenzie regolatorie non hanno dato il via libera.
“Ma altri Paesi, come Israele, Francia, e ora anche gli Usa si stanno muovendo”.
La terza dose serve contro le varianti?
“Contro quelle esistenti, come la Delta, sì, perché abbiamo visto che il vaccino copre al 90-95% dalle forme gravi e a circa al 70-80% contro l’infezione. Se per caso dovesse venire fuori in futuro una variante che sfugge e purtroppo dovesse prendere il sopravvento, allora sarà necessario fare un richiamo con un vaccino diverso, quindi non con il booster di cui parlavo prima”.
Le varianti che sfuggono al vaccino non ci sono ancora. Allo stato attuale a quali persone deve essere fatta la nuova somministrazione?
“In questo momento nel mondo occidentale circa il 98% dei morti ha più di 60 anni. Quindi si va verso una terza dose per queste persone. Prima però ci sono da proteggere i fragili che rispondono poco al vaccino a causa delle loro condizioni. Si tratta ad esempio di soggetti che fanno la chemioterapia, che hanno sindromi di immunodeficienza, oppure che assumono alte dosi di cortisone. Non sono tanti nel nostro Paese, al massimo mezzo milione di persone”.
Quali vaccini si useranno per la terza dose?
“Quelli a Rna messaggero, come Pfizer o Moderna, o quelli a proteina ricombinata come Novavax, che sta per essere autorizzato e arrivare sul mercato. Non verranno usati molto probabilmente i vaccini a vettore virale. Chi ha fatto due dosi di AstraZeneca o una di Johnson&Johnson riceverà quindi una vaccinazione eterologa, che ora sappiamo funzionare anche meglio”.
Quali saranno i tempi?
“Intanto nei prossimi mesi vacciniamo il più possibile chi non è ancora entrato in questa prima parte della campagna. Possiamo aspettare ancora un po’ prima di fare le terze dosi, l’importante è arrivare all’80% di copertura. Israele è già partito ma loro hanno iniziato a vaccinare a fine novembre 2020, noi, a parte i medici e tutto il personale sanitario, siamo partiti a febbraio”.
Arriverà il vaccino per gli under 12?
“Sono in corso studi per dimostrare l’ efficacia e la sicurezza dei vaccini anche per chi ha meno di 12 anni. Dovrebbero concludersi tra settembre e dicembre, forse anche prima. Poi dovrà esserci l’approvazione delle autorità regolatorie internazionali”.
È un problema se non viene raggiunta l’immunità di gregge?
“Sappiamo che il 20-30% dei vaccinati possono infettarsi ed essere asintomatici o avere sintomi lievi. Questo rende impossibile l’immunità di gregge ma comunque abbiamo allo stesso tempo una mitigazione enorme del rischio. Inoltre bisogna aggiungere che nel 95% dei casi i vaccini sono efficaci contro le forme gravi. Non saranno perfetti, ma questi medicinali hanno ridotto di molto il numero dei morti e dei ricoverati in terapia intensiva. In Gran Bretagna, Paese che tra i primi ha affrontato la Delta, all’inizio dell’anno con la Alfa come variante prevalente avevano 50-60mila casi e 1.200 morti al giorno. A giugno avevano sempre 50-60mila casi ma i morti erano poche decine, al massimo 100. La differenza è enorme”.
Il coronavirus sta diventando endemico?
“La pandemia che stiamo ancora vivendo, se intensificheremo la campagna vaccinale, potrebbe presto diventare una gestibile endemia, cioè una situazione con un numero relativamente basso e costante di casi clinicamente rilevanti, cioè di ricoveri in terapia intensiva o morte, che non provocheranno ingolfamento delle strutture sanitarie”.

Fonte: Repubblica

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