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210422123 0270a751 f3cc 4028 9d5a 040338e02b04 - Acqua blu come i jeans, così la moda usa e getta inquina i fiumi africani

Il panorama è mozzafiato. Le acacie all’orizzonte, il giallo-rosso della terra arsa africana, l’azzurro di un cielo senza fine. In mezzo scorre un fiume. È blu. Ma è il colore dei rifiuti tossici di un’azienda che in Lesotho produce il tessuto denim per i jeans di una società americana. Con questa immagine, Water Witness International (Wwi) ieri ha pubblicato un rapporto di cento pagine. “Quanto è giusta l’impronta idrica della moda?” spiega come la moda usa e getta occidentale e asiatica stia inquinando le risorse idriche del continente africano. La fast fashion contribuisce all’inquinamento ambientale causato dall’industria tessile, la seconda più impattante al mondo, dopo il settore petrolifero, per consumo energetico e di risorse naturali: responsabile del 10% della contaminazione globale.

Le emissioni di anidride carbonica

L’industria della moda da sola genera emissioni di anidride carbonica stimate in un miliardo e 200 milioni di tonnellate all’anno: più dell’intero traffico aereo mondiale. Per i nostri abiti a basso prezzo, la produzione utilizza enormi quantità di acqua, energia e risorse non rinnovabili. L’Africa è la stella nascente della produzione tessile: incentivi fiscali, lavoratori sottopagati, assenza di norme di sicurezza, materiali scadenti e sistemi di lavorazione altamente inquinanti non controllati.

I cinque Paesi analizzati

Wwi ha condotto lo studio su cinque Paesi africani: Etiopia, Lesotho, Madagascar, Tanzania e Mauritius. «Non abbiamo un approvvigionamento idrico alternativo. Dobbiamo usare il fiume Ngerengere per fare il bagno, lavarci, cucinare, pulire, abbeverare il bestiame e irrigare gli orti — racconta a Wwi il capo di una comunità locale in Tanzania — L’acqua è spesso molto sporca, ha un cattivo odore e un brutto colore. Diarrea e altre complicanze sono un grande problema». Campioni prelevati dal fiume Msimbazi in Tanzania, hanno testato un pH pari a 12 — lo stesso della candeggina — vicino a una fabbrica tessile. Al fiume Msimbazi, le donne fanno il bagno ai loro bambini, e ne usano le acque per irrigare i campi. L’industria tessile produce metalli potenzialmente tossici, coloranti, agenti sbiancanti e altri inquinanti con impatti cardiovascolari, respiratori, cancerogeni e neurotossici sulla salute umana.

C’è anche l’impatto positivo

Prima della pandemia le esportazioni africane di moda hanno generato entrate per 4,6 miliardi di dollari all’anno, una cifra che supera il flusso annuale di aiuti da parte di qualsiasi donatore europeo. Si stima che in Africa la produzione tessile e di abbigliamento dia da mangiare a più di 50 milioni di persone. Diversi Paesi dipendono molto dal settore, che può generare fino al 60% delle entrate nazionali da esportazione, e fino al 30% del Pil.
Il rapporto mette in risalto anche gli impatti positivi per il continente della moda fast: posti di lavoro ed entrate generate dalle esportazioni. Ma se queste risorse non vengono controllate e gestite in modo sostenibile, l’Africa paga un prezzo altissimo. «Abbiamo scoperto — si legge nel rapporto — che il settore della fast fashion compete con le comunità locali per l’accesso alle acque che già sono scarse. In alcuni casi le esigenze delle fabbriche sono prioritarie». Gli operai, circa l’80% dei quali donne, spesso non hanno accesso all’acqua pulita e ai servizi igienici: «È un indice di schiavitù moderna».

I brand coinvolti e l’acqua negata

Tra i brand più famosi coinvolti nell’indagine, H&M, Zara, Topshop, Primark, Benetton e Peacocks.
«Garantire un accesso sostenibile alle forniture idriche sicure è una priorità urgente — scrive Wwi — per la salute e la dignità delle donne che rappresentano la maggior parte della forza lavoro. Tale accesso privilegiato da parte delle imprese è una violazione diretta del diritto umano all’acqua».
 

Fonte: Repubblica

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