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La nascita dell’Emirato islamico dell’Afghanistan pone una seria ipoteca sulla sicurezza internazionale. In queste ore polizie, servizi di intelligence ed esperti di geopolitica fanno e rifanno previsioni su ciò che accadrà ora che il jihadismo ha di nuovo – per dirla con le parole di un analista dell’Antiterrorismo italiano – un “safe haven” a cui guardare. Un possibile rifugio, che ha la forma di uno Stato sovrano, l’ideologia oscurantista degli studenti coranici e uno straordinario manifesto-propaganda: la riconquista del Paese nel ventennale dell’Undici Settembre.

I talebani, attraverso i portavoce, prendono le distanze dai gruppi terroristici che si nascondono su quelle montagne, Al Qaeda in primis. Promettono che non saranno più l’incubatore di odio che sul finire del millennio dette ospitalità ai campi di addestramento di Osama Bin Laden. Ribadiscono che i tempi delle “case” per foreign fighters stranieri sparse lungo la strada tra Kabul e Jalalabad sono finiti. Nessuno, però, gli crede veramente. Due sono gli scenari. E uno è catastrofico.

Al Qaeda presente in 15 province

Neanche un mese fa, il 21 luglio, un report del Monitoring Team del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha fotografato così la situazione: “La sicurezza in Afghanistan rimane fragile, il processo di pace è incerto. Al Qaeda è presente in almeno 15 province, principalmente nelle zone est, sud e sud-est. La newsletter Thabat riporta settimanalmente le sue operazioni. Al Qaeda nel subcontinente indiano agisce sotto la protezione dei talebani delle province di Kandahar, Helmand e Nimruz”.

Sebbene uno degli elementi dell’Accordo di pacificazione di Doha sia proprio l’impegno dei talebani a non permettere addestramento, raccolta fondi o reclutamento dei qaedisti, si teme che il più che ventennale cordone ombelicale che li lega alla formazione che fu guidata da Bin Laden non sarà tagliato. Le previsioni del segretario della Difesa americano Llyod Austin (“Il rischio di rivedere il ricostituirsi di gruppi terroristici in Afghanistan è medio, ci metteranno due anni”), sembrano già smentite. E non si parla solo di una nutrita presenza di miliziani qaedisti.

Secondo il report del Monitoring Team, nonostante le perdite di uomini e soldi patite nel 2020 alcune cellule dormienti dell’Isis, in competizione con Al Qaeda, continuano a operare attorno a Kabul e nelle province del Nuristan, Badakhstan e Kunduz. “I leader vogliono riunire tutti coloro che rigettano l’Accordo di Pacificazione fra gli Stati Uniti e i talebani”.

Il rischio dei foreign fighters

Dunque, se lo scenario più confortante – quello che vuole un Emirato attivo nel contrasto alla Jihad per ottenere una sorta di credibilità internazionale (lo pretendono, tra gli altri, Cina e Russia) – non dovesse concretizzarsi, si spalancherebbero le porte alla ripresa di un fenomeno pericolosissimo. Che abbiamo già vissuto. “L’Afghanistan diventerebbe a quel punto il polo di attrazione del fondamentalismo mondiale, così come lo è stata la Siria dello Stato Islamico fino a poco tempo fa – ragiona la fonte qualificata del nostro Antiterrorismo – arriveranno candidati combattenti dall’Africa, dal Medio Oriente e anche dall’Europa per addestrarsi, per acquisire il know how del terrorista. E poi fare ritorno a casa…”.

Più controlli su profughi ed esuli

Il rischio c’è. Soprattutto per questo, i servizi di intelligence seguono con attenzione lo sviluppo degli eventi anche se solo col tempo si capirà quale sia il reale approccio del nuovo governo di Kabul. Nel frattempo gli apparti di polizia europei, italiani compresi, hanno alzato il livello dell’attenzione sui profughi afghani dati in uscita dal Paese. Ci si aspetta che i flussi aumentino nelle prossime settimane. Nell’immediato si registra la fibrillazione nelle chat dei fondamentalisti per la plateale sconfitta americana (Hamas si è pubblicamente congratulata con i talebani) e un certo fermento, cominciato in corrispondenza del ritiro delle truppe italiane da Herat, tra vecchi esuli afghani residenti a Roma e a Napoli.

Il tracciamento dei conti e delle operazioni bancarie dimostra come con il traffico di documenti falsi riescano a inviare soldi in patria. Alcuni destinati a finanziare madrase. Altri a sostenere i nuovi padroni dell’Afghanistan.
 

Fonte: Repubblica

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