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Più di 20 anni fa, ha iniziato ad abbandonare con regolarità il mondo dei tappeti rossi di Hollywood e a frequentare ambienti molto diversi. Era l’agosto del 2001 quando Angelina Jolie incontrava per la prima volta un gruppo di rifugiati afghani in Pakistan. All’epoca aveva 29 anni ed era ad una delle sue prime missioni come inviata speciale dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.

L’Afghanistan era governato dai talebani: poche settimane dopo, Al Qaeda metteva a segno gli attacchi dell’11 settembre, a cui seguì poi l’attacco americano al Paese. Da allora l’attrice premio Oscar ha ricevuto molte minacce di morte per l’impegno nei confronti dei rifugiati afghani, ma non ha mai smesso di interessarsi al Paese. Ha viaggiato in Afghanistan e ha parlato di quello che accadeva lì con personalità come Kofi Annan e Barack Obama.

Signora Jolie, ho da poco riletto il suo libro del 2003 “Notes from my travels”: racconta le sue prime missioni come ambasciatrice Unhcr, inclusi alcuni incontri con rifugiati afghani in Pakistan nel 2001. Racconta anche che allora in Afghanistan l’agenzia Onu non era autorizzata ad assumere personale femminile. Pensa che il Paese sia tornato a come lo conobbe venti anni fa?
«Il mondo intero è in una situazione peggiore. Ci sono più conflitti irrisolti e milioni di rifugiati in più. L’Afghanistan non è un caso a sé: rientra in uno schema decennale di disinteresse per i diritti umani, di fallimento del sistema internazionale. Per quanto riguarda l’Afghanistan potrei sbagliarmi, ma non credo che per un governo sia possibile limitarsi a rimettere le lancette indietro e far tornare tutto a come era venti anni fa. Il popolo afghano, per come l’ho conosciuto, è forte, resiliente e fiero. Ma sono preoccupata: penso alle donne e bambine che non sanno se potranno tornare al lavoro o a scuola e ai giovani angosciati di perdere le loro libertà».

Ha da poco aperto un account Instagram: il primo post mostrava una lettera scritta a mano che le ha inviato una ragazza afghana in cui raccontava la paura per i talebani e diceva: abbiamo perso la libertà. Sa chi è?
«Ho aggiornamenti costanti. Ma non voglio dire nulla che possa portare alla sua identificazione. O a quella della sua famiglia»

Il suo post ha battuto ogni record: milioni di follower in poche ore. Che tipo di effetto duraturo crede che si possa ottenere da queste iniziative in un momento in cui i social media spostano l’attenzione da un tema all’altro ogni 24 ore?
«Se condivido informazioni che spero possano essere utili, ne sono felice. Ma ho ancora molto da imparare».

L’Onu ha detto che l’Unhcr e le altre agenzie come l’Unicef resteranno in Afghanistan. E che in parte sono gli stessi talebani ad averlo chiesto. Cosa sa della situazione?
«Sono in contatto con l’Unhcr quasi tutti i giorni. Lo staff è operativo in tutto il Paese. La priorità è procurare aiuti immediati a circa mezzo milione di persone che di recente sono state evacuate: cibo, un tetto, acqua, coperte, bombole del gas per cucinare, tutti quegli oggetti necessari alla sopravvivenza, per lei come per me, se mai dovessimo scappare di casa senza portare via nulla. Purtroppo, i finanziamenti sono limitati, le operazioni difficoltose e non sempre si riesce a far fronte a tutte le necessità».

In un intervento alla Cnn del 2020, durante i negoziati di Doha tra Stati Uniti e talebani, lei disse che le trattative non tenevano in debita considerazione le donne. Quanto sente i politici di tutto il mondo manifestare stupore per la velocità con la quale i talebani hanno riconquistato il controllo del Paese e per il ritorno della Sharia, cosa pensa?
«L’America non avrebbe mai dovuto prendere parte a negoziati che escludevano la società civile e quasi completamente le donne afghane. Non dovremmo mai discutere del futuro di un Paese sulla testa della sua popolazione. Posso solo sperare che gli Stati Uniti e i governi di tutto il mondo mettano in chiaro in tempi rapidi le condizioni che i talebani dovranno rispettare e dei meccanismi di controllo: per esempio monitorare il trattamento dei civili e delle donne».

Nella sola Germania, oggi ci sono 200mila rifugiati afghani: l’80 per cento sono giovani uomini. Cosa pensa della proposta di dare precedenza alle donne e ai bambini nell’accoglienza?
«Auspico che i governi lavorino con l’Unhcr, che dispone di sistemi atti a individuare le persone più vulnerabili, quelle che più di altre necessitano di aiuto. È importante che nessuno dimentichi che i rifugiati preferirebbero vivere a casa loro – come chiunque altro – se soltanto il loro Paese fosse un posto sicuro».

(Traduzione di Anna Bissanti )
WELT AM SONNTAG – lena leading european newspaper alliance

Fonte: Repubblica

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