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PECHINO – Tutti scappano, Pechino e Mosca rimangono: non c’è nessun bisogno di evacuare le ambasciate. Ma nel nuovo risiko afghano come rimangono e con quali obiettivi? La Cina si dice pronta a sviluppare “relazioni amichevoli” con i nuovi padroni dell’Afghanistan. Ieri subito appoggiati anche da Hamas (che si è congratulato con i talebani “per la sconfitta dell’occupazione americana”, si legge in un comunicato del movimento islamico palestinese). E dagli Shabaab. Pechino, però, mette sul piatto le sue condizioni: aiuti per la ricostruzione spingendo per una maggiore integrazione nella nuova Via della Seta in cambio della sicurezza per i suoi interessi.

Sul fronte russo, oggi l’ambasciatore a Kabul, Dmitrij Zhirnov, avrà colloqui proprio con i talebani. Anche se “la Russia deciderà se riconoscerli o meno a seconda di come governeranno”, dice l’inviato del Cremlino Zamir Kabulov. Se da un lato Pechino e Mosca gongolano per il “fallimento” dell’America (con la Cina che ne approfitta per avvertire Taiwan), restano però preoccupate per la stabilità dei loro confini e le infiltrazioni terroristiche. Minaccia sottolineata anche dall’Onu.

Il ritiro Usa apre grandi possibilità per la Cina di espandere ancora di più la sua influenza in tutta l’Asia centrale, la stessa che vuole mantenere Mosca. Ma rivela anche le paure della leadership comunista, forse ancora più forti delle prime. Pechino ha sempre criticato la presenza americana, ma il precipitoso fuggi-fuggi rischia di destabilizzare un Paese con il quale la Cina condivide una frontiera seppur piccola – 76 km – ma delicata per la questione uigura e le spinte secessioniste. Per capire la strategia cinese, bisogna tenere a mente la parola che più ricorre nelle stanze di Zhongnanhai, il cuore del potere politico: stabilità. La stessa che cerca la Russia.

L’ultima cosa che la Cina vuole è farsi trascinare in quel pantano “dove gli imperi vanno a morire”, spiega Raffaello Pantucci, esperto di terrorismo alla Rajaratnam School of International Studies di Singapore. “Sa però che ora deve mettere ordine e creare una relazione con i gruppi sul terreno”. Per questo negli ultimi mesi la diplomazia ha portato avanti un basso profilo, ambiguo, tenendosi tutte le porte aperte, continuando come fa da 20 anni a parlare con i talebani e allo stesso tempo sostenendo Ghani.

Ora che però il presidente è fuggito e gli studenti coranici hanno preso Kabul, la Cina vuole “relazioni amichevoli”, ribadendo quello che il ministro degli Esteri già disse al mullah Baradar il 28 luglio a Tianjin.

Strategico per Pechino è ora coinvolgere il Paese nel corridoio sino-pakistano (una rete di oleodotti, strade e centrali che collega Kashgar al porto di Gwadar e sulla quale ha investito 65 miliardi di dollari) per stringere ancora di più la sua alleanza con Islamabad e garantirsi dal nuovo governo a Kabul il supporto contro le forze secessioniste.
Ed è proprio nell’ottica della lotta a quelli che la Cina chiama “i tre mali” – estremismo, terrorismo e separatismo – che vanno lette le esercitazioni militari con la Russia nei Gobi appena concluse.

Proprio Mosca è l’altra grande protagonista in Afghanistan, pagina nera della sua storia, “ferita sanguinante” come Gorbaciov definì il ritiro sovietico nell’89 dopo il conflitto decennale. Dal 2017 però vanno avanti a porte chiuse gli incontri con i talebani. Non un riconoscimento, ma un “approccio pragmatico”. Per questo nel frattempo Mosca accresce la sua presenza militare, esercitandosi anche con tagiki e uzbeki, condividendo le paure dei cinesi su una rinascita del terrorismo alle porte di casa.
 

Fonte: Repubblica

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